02 settembre 2010

I diritti dell’uomo nella tradizione ebraico-cristiana


 di Cornelio Fabro

In questo studio, letto alla tavola rotonda sui diritti dell’uomo indetta a Oxford dall’Unesco (11-19 novembre 1965), l’autore dimostra come soltanto la fondazione in Dio della libertà conferisce ai diritti dell’uomo un valore proprio e inalienabile, preservando dalle aberrazioni che la riflessione culturale teologicamente sradicata ha drammaticamente prodotto nella storia.

[Da «Studi Cattolici», n. 66, settembre 1966, pp. 4-12]

La ricerca dei diritti dell’uomo è la scoperta che l’uomo fa di se stesso nel destino sempre aperto del suo «essere-nel-mondo». La caratteristica di questa ricerca su se stesso, a differenza di quella che l’uomo intraprende sul mondo e su Dio, è (o sembra) che qui l’interrogante o l’interrogato, il soggetto o l’oggetto od anche — in senso ancor più forte — il contenente e il contenuto coincidono in quanto alla fine è l’uomo che parla e giudica dell’uomo, ossia di se stesso. Eppure non si tratta affatto di un circolo vuoto o di una vana tautologia: lo sarebbe forse se l’uomo fosse una semplice «cosa», come gli esseri che si trovano nel mondo e che sono totalmente oggettivi come elementi della natura, e lo sarebbe anche se l’uomo fosse Dio ovvero l’Assoluto come spirito ch’è totalmente soggettivo ossia possesso pieno e perfetto della propria libertà.
L’uomo si presenta a se stesso e nello sviluppo della cultura come posto «in mezzo» fra la natura e Dio, come convergenza e tensione di oggettività e soggettività e quindi come ambiguità del rapporto ch’egli ha da istituire con la natura e (eventualmente) con Dio. L’uomo ha perciò da conoscere se stesso nella tensione di questa libertàche sta a fondamento dei suoi diritti come singolo e come nucleo esigenziale della socialità in cui e chiamato a vivere e ad esplicare le proprie possibilità (1).
È comunemente accettato che il mondo classico greco-romano ha considerato l’uomo in rapporto al mondo e come immerso nella natura, secondo quella che si potrebbe dire ad un tempo la prospettiva cosmica ed estetica del suo essere, prendendo questi termini nel più largo margine intenzionale quando si pensa soprattutto all’opera dei massimi filosofi greci di cui non ha cessato e non cessa ancora di alimentarsi la nostra civiltà. Non a torto Hegel, dal punto di vista che intendiamo appena suggerire, ha classificato per naturale e naturalistica la religione orientale e greca nella quale la divinità altro non è che la proiezione o rappresentazione delle molteplici e sconcertanti forze della natura the si dirigono verso e contro l’uomo (2). Non si vuol dire con questo che il mondo greco, che costituisce la prima forma organica (Gestalt) del regno della ragione, ignori la richiesta della libertà e dei diritti dell’uomo — basti ricordare sia l’etica aristotelica e soprattutto quella stoica che prelude al cristianesimo e si rivolge all’uomo essenziale senza distinzione di classi, sia il passo decisivo fatto in questo senso dal diritto nomano — ma s’intende solo di precisare che la tipica concezione di quel mondo non aveva né lo spazio vitale né i mezzi per realizzare tale libertà perché tanto l’uomo come gli dèi erano bloccati nella loro volontà dalla necessità  (αναγχη, μοιρα - fatum) invadente del cosmo. La vanità di ogni aspirazione era sigillata dalla chiusura della storia secondo la legge cosmica dello «eterno ritorno» grazie alla quale ogni civiltà — qualunque fosse stato il suo splendore — non poteva evitare il proprio tramonto per lasciare il posto ad una nuova la quale avrebbe ripetuto il medesimo ciclo.
Così la libertà umana, di cui si sentiva con crescente passione l’urgenza indispensabile, finiva per essere travolta anch’essa dalla «ruota» del divenire cosmico: «fortuna» e «caso», cioè l’assenza di ogni consistenza sia nel positivo come nel negativo dell’esistenza, si dividono nel mondo classico le vicende della storia e nessuno alla fine ha più diritto di lamentarsi e di dolersi, poiché gli stessi dèi dovevano piegarsi davanti alla ineluttabilità del fato: ad Enea, dopo la caduta di Troia, non resta che portare con sé in Italia i «vinti penati» (3). In questo senso, con la terminologia kantiana, si potrebbe dire che il mondo classico ha conosciuto ha libertà fenomenica, ma non quella noumenica: esso ha ben intravisto i diritti dell’uomo come un bene universale per tutti e per ciascuno, che scaturisce dall’istinto della sua natura razionale, ma sembra non sia riuscito a superare l’orizzonte del tempo perché questo era chiuso nella necessità cosmica, come si è detto. Si deve tuttavia riconoscere la generosità di questo sforzo per attingere la libertà da parte del pensiero classico: la sua opera non è stata ne vana né inutile poiché esprimeva, sia pure con molta fatica e non senza difetti e lacune, la comune aspirazione dell’umanità che voleva riscattarsi dal mondo fisico della violenza: per questo non a caso, l’etica e il diritto che sorgeranno nelle vane scuole cristiane nel mondo greco e latino faranno largo posto, ancor prima della Scolastica latina, ai principi della concezione classica dell’uomo.

Preludio ebraico alla libertà cristiana

Quest’osservazione preliminare, e quasi semplicemente interlocutoria, potrebbe avere un doppio significato per mettere a fuoco l’argomento del nostro studio. Anzitutto, non solo la concezione cristiana, che muovendo dall’Oriente aveva aperto davanti a sé il destino dei popoli dell’Occidente, non respingeva ma si avvaleva delle aspirazioni e dei contributi del mondo classico: ma si può ammettere che anche la concezione ebraica quale si esprime nei libri sacri del vecchio Testamento, non ignora le aspirazioni e i risultati che si erano manifestati nel complesso e grandioso ciclo dei popoli semitici sia di quello sviluppatosi nel medio Oriente dal quale precisamente si era mosso Abramo per venire nella terra promessa, come di quello egiziano sviluppatosi nella terra del Nilo dalla quale si muoverà il massimo legislatore Mosè per fare ritorno alla terra dei padri. Poi — e questo significato non è in fondo che un approfondimento del primo — questo convergere di mondi apparentemente opposti alla concezione ebraico-cristiana dell’uomo come quello orientale estrabiblico e quello classico estracristiano tolgono all’opposizione stessa il carattere di una rigorosa separazione e suggeriscono un’affinità che si potrebbe chiamare in divenire ovvero in continuo progresso sul piano esistenziale della libertà.
È sempre l’irresistibile aspirazione alla libertà che lega insieme le invocazioni bibliche rivolte a tutte le nazioni per il ritorno a Dio, quali si leggono p. es. specialmente nei salmi e nei profeti, e le dichiarazioni della Pacem in terris di Giovanni XXIII sulla fratellanza di tutti gli uomini e sulla eguaglianza di tutti i popoli. Ciò suggerisce, ci sembra, un’interrogazione ed una risposta od un’osservazione più propriamente introduttoria al nostro preciso argomento: il carattere chiuso ed esclusivo, ch’è ritenuto proprio della concezione ebraica, come poteva provocare e continuarsi nella concezione universalistica ch’è propria del cristianesimo? Come mai una «chiusura» così qualificata qual è data dalla scelta ben precisa di un popolo segregato da tutti gli altri, poteva trasformarsi in un’apertura universale ch’è un invito a tutti i popoli senza distinzione di razza e di origine? L’osservazione che l’interrogazione suggerisce è semplice e fondamentale, cioè quella che la distinzione o segregazione presente, invocata nella concezione ebraica, ha carattere storico e strumentale il cui fine è di preparare l’avvento di quella libertà di tutti e di ognuno ch’è il dono e il diritto di ogni uomo per riconoscersi uguale nella comunità universale.
Il complesso problema dei diritti dell’uomo è diversamente sentito, com’è ovvio, nelle varie civiltà e nei diversi periodi della stessa civiltà e questo vale anche per la costellazione etico-religiosa a cui si limita il nostro scritto: il progresso innegabile che segna indubbiamente la dichiarazione dell’ONU è venuto al termine di un lungo processo di maturazione nella concezione della persona umana, superando la violenza delle esagerazioni sia del collettivismo come dell’individualismo. Avremmo potuto seguire o l’ordine indicato nel testo della dichiarazione dell’ONU approvato il 10 dic. 1948 la quale proclama (in continuità con la dichiarazione dei «diritti dell’uomo» della Rivoluzione francese) che tutti gli uomini nascono liberi e uguali in dignità e nei diritti. Oppure si potevano prendere in esame e discutere le situazioni esistenziali di diritto che hanno suscitato maggiori conflitti nella storia: quali i problemi interessanti l’esercizio della libertà, della schiavitù, la posizione della donna, la libertà di religione, il principio della tolleranza, ecc. Ci è sembrato che questa seconda via fosse la più indicata per la sua maggior aderenza alla vita vissuta: ma, data la straripante ampiezza e complessità dei temi concreti, ci siamo limitati a rilevare il senso che ha avuto e deve avere nella tradizione ebraico-cristiana il diritto fondamentale alla libertà, che ha avuto la sua formula negativa nel problema della «schiavitù», ossia della situazione che investe in proporzioni variabili e nelle forme più insidiose ogni epoca ed ogni forma di civiltà dai secoli più remoti fino ai nostri giorni.
Nulla meglio dell’epopea biblica della creazione ci dà l’idea, più di qualsiasi tipo di mitologia, dell’unità del genere umano e quindi di quell’universalità radicale dei diritti dell’uomo per i quali oggi la coscienza di tutti i popoli e su tutti i continenti e impegnata come mai nella storia dell’umanità (4). Senza dover fare opera strettamente teologica, noi possiamo dal racconto biblico della creazione e dei primordi dell’umanità rilevare i seguenti caratteri che costituiscono quella che si può chiamare la struttura ontico-esistenziale dell’uomo: A) la creazione universale secondo tutte le dimensioni dell’esistenza (di tempo e spazio); B) la caduta universale secondo le dimensioni totali della storia di oggi e sempre; C) la libertà universale secondo l’esigenza universale senza distinzioni (5).
A) Nulla meglio del nucleo biblico della creazione può presentare sia l‘inconfondibile dignità dell’uomo che fa capo alla sua spiritualità e libertà, sia i limiti ch’egli con l’abuso di questa libertà ha causato a se stesso mediante la caduta e la perdita della grazia e di alcuni fra i privilegi originari che Dio gli aveva concessi fin dal primo momento della creazione stessa.
Come molti altri racconti di popoli semitici, ma con maggior sobrietà e dignità, la Bibbia attribuisce a Dio l’origine dell’uomo. Il tratto principale del racconto biblico della creazione ha due o tre momenti:
a) l’uomo è creato soltanto da Dio, senza intermediari: il corpo è formato con le mani di Dio dalla terra e l’anima gli è infusa direttamente da Dio ed ha quindi una natura strettamente spirituale;
b) la creazione e un atto assolutamente nuovo e libero: non è quindi un processo di emanazione necessaria da parte di Dio, né in senso classico (emanatismo neoplatonico), né in senso moderno (dottrina degli attributi di Spinoza, armonia prestabilita di Leibniz, creazione eterna per identità dialettica di finito e Infinito secondo l’idealismo metafisico trascendentale di Fichte-Schelling-Hegel...);
c) la creazione dell’uomo ha carattere assolutamente universale, poiché Adamo è il primo uomo padre di tutti gli uomini dal cui corpo Dio trae il corpo di Eva che sarà la madre di tutti gli uomini: e da questa prima coppia, secondo il racconto biblico, l’origine di tutto il genere umano e i figli di questa coppia andranno via via occupando tutti i continenti (6) (Cfr. Gen. 3, 20 e la genealogia di Gen. 4, 1, 17-24; Sap. 10-1; Act. 17, 26; Rom. 5, 12). Secondo gli esegeti, il termine hâ-âdam ch’è usato nel racconto della creazione ha significato collettivo ed abbraccia tutto il genere umano ed è insieme un singolo nella linea del quale nascerà poi Noè (Gen. 5, 1-28,32); abbraccia quindi non solo uomini e donne, ma anche tutte le razze che poi saranno disperse ai quattro punti dell’orizzonte. Nulla quindi nel racconto biblico dell’androgino ipotizzato di Platone e da alcuni rabbini: la donna è creata da Dio per essere l’aiuto di Adamo come «ossi dei suoi ossi, carne della sua carne» (Gen. 2, 21,23) cioè come il complemento indispensabile e la compagna della sua vita. Allora, uguali nella natura, tutti gli uomini sono uguali nei diritti e la donna — anch’essa corpo e spirito come Adamo — ha gli stessi diritti fondamentali dell’uomo, benché sia destinata nella costituzione della famiglia a essere soggetta a lui. La fonte pertanto dell’uguaglianza degli uomini è la loro comune natura e la comune origine nella comune destinazione di occupare la terra e di godere liberamente dei suoi frutti. I progenitori inoltre, secondo il racconto del Genesi, godevano anche di una particolare amicizia di Dio il quale aveva creato per loro uno speciale giardino di delizie perché l’uomo «lo lavorasse e custodisse» (Gen. 2, 15) e nel quale non disdegnava di scendere anche lui e di trattenersi con la prima coppia come un padre con i figli (Gen. 3, 8).
B) La caratteristica della condizione dell’uomo nella narrazione biblica, che sta a fondamento della concezione ebraico-cristiana è precisamente il suo carattere ontico-esistenziale che sta a fondamento dei suoi attributi metafisici. L’uomo è certamente un essere spirituale, ma non si è fatto da sé, non si è fatto dal nulla; questi concetti propri del mito sono completamente assenti dal testo biblico. L’uomo invece è creato direttamente da Dio, mediante un atto libero di Dio il quale delibera prima di creare e crea per pura generosità: per questo il filosofo mussulmano Avicenna ha potuto affermare che Dio è l’agente perfettamente liberale; che a Dio solo compete di donare per pura generosità.
Il racconto biblico ha perciò un carattere strettamente personale: non solo nel senso che Dio opera nella creazione come persona, ma che Egli si comporta anche in seguito come persona, lasciando l’uomo nel possesso e nel libero uso delle perfezioni e dei diritti che gli aveva concessi. Ciò si vede alla evidenza del racconto della caduta la quale fa il «pendant» da parte dell’uomo alla creazione da parte di Dio. Cerchiamo di mettere a fuoco le implicazioni esistenziali del racconto biblico, che si stacca nettamente sia dalle mitologie del mondo semitico e classico sulle origini, come anche dalla concezione del pensiero moderno. Carattere comune infatti alle concezioni mitiche è sia il dualismo metafisico sia l’antropomorfismo: Dio non è padrone dell’essere come tale, ma esprime solo l’aspetto positivo della luce che lotta contro le tenebre e il male che è il suo eterno antagonista. Dio opera perciò a guisa d’uomo nell’arco e nelle dimensioni del tempo e non in arce aeternitatis; nella sua azione poi Dio è nel mito soggetto a una catena, più o meno lunga, d’intermediari. Di qui la libertà, sia in Dio come nell’uomo, è gravemente handicappata e limitata per il fondo oscuro e insuperabile al quale essa resta legata e condizionata. Di conseguenza anche la caduta dell’uomo che si può presentare in quelle narrazioni mitiche, ha carattere di necessità cosmica ineluttabile e inevitabile ed è perciò privata del carattere suo più deciso di valore e responsabilità morale.
Parimenti, nella concezione del pensiero moderno, la possibilità e la realtà della caduta viene concepita non come atteggiamento della persona, ma come la finitezza dell’essere umano ed è identificata senz’altro con essa: una concezione analoga, nell’età moderna, è il radikales Bösen neben dem Guten di Kant (7) che rinnova nella sfera razionale il dualismo costitutivo della concezione mitica e identifica la libertà con la razionalità.
Invece il racconto biblico dell’origine del peccato e del male è tutto situato nella sfera della trascendenza e della libertà. Il peccato è commesso davanti a Dio e contro Dio, è commesso con reale consapevolezza da parte dell’uomo. Il peccato è commesso in tensione di libertà: nella triplice tensione dell’uomo con Dio, con se stesso e col mondo. È commesso come crisi e caduta della libertà in duplice direzione verso la natura esterna, ch’è rappresentata dal frutto dell’albero proibito, e verso la natura spirituale, ch’è rappresentata dal tentatore cioè dallo spirito decaduto e nemico di Dio (sotto l’apparenza del serpente). Mai dramma, concepito da mente umana, si avvicinò per la profondità veramente trascendentale delle sue dimensioni al doloroso realismo ed insieme alla grandezza spirituale del racconto biblico dove l’uomo può ben contendere con Dio e ribellarsi a lui, ma non può salvarsi senza il suo misericordioso intervento. Con la caduta di Adamo ed Eva è caduto tutto il genere umano, cosi che ogni uomo contrae dalla nascita nel suo spirito una debolezza congenita a fare il bene e un’inclinazione umiliante al male nelle passioni dell’orgoglio e della concupiscenza. Tutto il Genesi si diffonde, spesso con crudo realismo, nel racconto delle prevaricazioni dell’uomo nelle sue prime età. Contro l’esplicito senso del racconto biblico, lo gnosticismo moderno afferma invece con Kant che la natura umana non ha subito lesione alcuna e che nulla è cambiato da allora fino ad oggi. Infatti Kant dichiara nella piena maturità del suo pensiero e per analogia con l’esperienza: si deve «presupporre» (voraussetzen) che la natura (umana) al suo primo inizio non era né migliore né peggiore di quel che la troviamo oggi». (8) Siamo perciò agli antipodi della concezione biblicoteologica.
C) Di qui — cioè dalla qualità sia della creazione come della caduta dell’uomo — si possono afferrare tanto il senso come le dimensioni della libertà dell’uomo, la quale dà il fondamento e il senso dei suoi diritti dai quali deriva la possibilità della sua vita e la realtà stessa della storia. E si tratta senza dubbio di una «libertà universale» sia per intensità come per estensione, non però nel senso kantiano e moderno che identifica libertà con spontaneità (Autonomie, Ich denke überhaupt, du sollst...) e perciò finisce per coincidere con la necessità. L’universalità della libertà nel racconto biblico è infatti attestata dal fatto che Dio mette l’uomo ad una «prova» di obbedienza (Gen. 2, 16): l’affermazione della dipendenza nella libertà dal fatto che Adamo ed Eva fanno la scelta ciascuno per proprio conto (Gen. 3, 2 ss., 6): l’affermazione della libertà nella responsabilità dal fatto che Dio rimprovera del tutto Adamo ed Eva separatamente (Gen. 3, 9 ss., 13); affermazione della caduta dal fatto che Dio castiga Adamo ed Eva come responsabili del loro peccato (Gen. 3, 16 ss., 23 s.); affermazione della sanzione dal fatto che la libertà nell’alternativa di bene e di male riappare subito nei primi due figli dei progenitori, Caino ed Abele, ed il senso della libertà è confermato dalla condanna e dal castigo inflitto al fratricida Caino. Inoltre è in una forma che si potrebbe dire «a raggio universale» che Dio col castigo del diluvio ha inteso mostrare ancora la sua disapprovazione per l’abuso della libertà da parte dell’uomo ed iniziare un nuovo patto con un gruppo umano, quello di Noè, che fosse a Lui più fedele. Il patto verrà rinnovato, con un piano storico più preciso, con la vocazione di Abramo col quale si dà inizio al «popolo messianico».

Fondazione in Dio dei diritti dell’uomo

Due sono i poli della libertà umana e sono gli stessi due protagonisti della «storia sacra» a cui ci siamo riferiti: si potrebbe dire che questa storia, nell’avanzare drammatico e sconvolgente dei primi nove capitoli del Genesi (la «Historia primaeva»), procede per fatti essenziali i quali suggeriscono dei doveri e diritti essenziali per l’uomo. Li accenniamo in forma schematica, per mettere in maggior risalto la loro evidenza in forma quasi assiomatica e dialettica: per il fatto che Dio ha creato l’uomo dal nulla, Dio nella concezione biblica ha e mantiene il diritto assoluto (di governo e di giudizio) sull’uomo come primo Principio e ultimo Fine: l’uomo non può essere l’ultimo Fine di se stesso, benché debba operare (tutto) allo sviluppo e al perfezionamento di se stesso (Gen. 2; 15; per il fatto che Dio ha infuso nell’uomo lo «spirito della vita» (Gen. 2, 7) ed ha creato l’uomo «a sua immagine e somiglianza» (Gen. 1, 26), l’uomo è dotato di un’attività spirituale e libera ed ha quindi il diritto fondamentale, ed a suo modo assoluto, delle libere scelte in tutta la sfera del reale, anche di rifiutare Dio e di scegliere contro Dio: di fronte alla natura, di fronte agli altri uomini e di fronte a Dio stesso. E l’uomo, come si è visto, non ha mancato di valersi subito di tale diritto, ma purtroppo a suo danno; infine per il fatto che Dio ha creato l’uomo libero e per il fatto che l’uomo ha subito abusato della sua libertà e per l’evidenza della storia questi è portato più all’abuso che non al buon uso della libertà. Tali contesti mostrano che l’uomo non si può salvare da sé, ossia che l’uomo non può salvare l’uomo. C’è quindi nella concezione biblica una concezione della libertà dell’uomo estremamente dialettica la quale ha, come e chiaro, la sua corrispondenza nella concezione dei diritti dell’uomo: da una parte la libertà dell’uomo è essenzialmente indirizzata a Dio, come prima Causa, col quale nessun altro principio può competere, e come ultimo Fine col quale nessun altro bene può paragonarsi. Ma, d’altra parte, è appunto questo assoluto rapporto all’Assoluto che libera la libertà dell’uomo nel pieno possesso di se stessa (9). Ed è precisamente siffatta fondazione in Dio, ed essa unicamente, che conferisce ai diritti fondamentali dell’uomo un Valore proprio e inalienabile.
Però, si deve subito aggiungere, in virtù del principio della creazione la concezione ebraico-cristiana dei diritti dell’uomo introduce una distinzione fondamentale, quella fradiritto oggettivo e diritto soggettivo. Il diritto oggettivo è quello di conformità al dovere che risulta dall’ordine metafisico costituito dalla creazione stessa ed è espresso mediante una precisa legge naturale che l’uomo poi esplicita ed applica mediante l’uso retto della ragione. Il diritto soggettivo, invece, è l’inalienabilità della libertà propria dell’uomo in quanto tale: esso permette all’uomo non solo di fare il bene, ma anche di scegliere il male, di ribellarsi a Dio ecc., e sta a fondamento della sua responsabilità e consapevolezza.
L’ambito del diritto oggettivo (naturale) è quello appunto della legge naturale secondo la quale tutti gli uomini, per la loro comune origine ed in virtù della comune natura spirituale, sono sullo stesso piano. Su questo piano, pari sono riconosciuti nella Bibbia i diritti fondamentali fra i due sessi, fra i popoli di varie stirpi e fra individui della stessa società: quali il diritto alla vita, alla famiglia, alla proprietà richiesta per vivere, all’esercizio delle proprie libertà. È condannata quindi in radice la schiavitù, la guerradi pura conquista, la discriminazione morale dei sessi…
Se non che — e questo è molto importante da notare — in virtù del carattere teocentrico della religione biblica e della caduta dell’uomo, questi può subire una diminuzione di siffatte libertà a titolo di castigo. Così di Canaan, che aveva deriso il padre Noè, è detto: «Maledictus Canaan, servus servorum erit» (Gen. 9, 25). La stessa soggezione della donna all’uomo ha il carattere di castigo (Gen. 3, 16). Com’è noto, presso il popolo ebraico, come presso gli altri popoli semiti, era consentita la schiavitù soprattutto dei popoli conquistati, ma la legislazione mosaica domandava la mitezza e la clemenza del padrone, in ricordo di quanto i padri avevano sofferto nella schiavitù di Egitto (Dt. 5, 15). Quanto poi ai servi ebrei, essi nell’anno sabbatico dovevano essere lasciati in libertà e accompagnati con abbondanti doni: «Gli farai parte delle benedizioni che l’Eterno, il tuo Dio, ti avrà elargite. E ti ricorderai che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che l’Eterno, il tuo Dio, ti ha redento» (Dt. 15, 12-15). Nell’antica legislazione, il servo fa parte della famiglia e, se circonciso, può mangiare l’agnello pasquale (Ex. 12, 44). Nel codice che regola più particolarmente questa materia, non solo il padrone non ha sui servi diritto di vita e di morte, ma se ne sarà la causa, è reo di delitto; se il avrà feriti, dovrà rimandarli liberi (Ex. 21, 2-27). La letteratura talmudica sviluppa la casuistica di questa legislazione, specialmente fra gli schiavi che non erano di origine ebraica: pagani e cristiani. Infatti nel Medio Evo, specialmente in Spagna, molti giudei si arricchirono col mercato di schiavi cristiani (sec. X-XV) specialmente dell’Andalusia, ai quali imponevano la circoncisione (10).

Cristianesimo e libertà civile

L’insegnamento fondamentale del nuovo Testamento e che la vera schiavitù è quella del male e del peccato che rende l’uomo servo del mondo e della concupiscenza e l’allontana da Dio ed è solo la grazia di Criisto che fa l’uomo veramente libero (Rom. 6, 17-18): S. Paolo, tutto proteso alla liberazione dello spirito dal peccato, sembra non dare eccessiva importanza alla libertà civile, pur raccomandandola: «Ognuno rimanga nella condizione in cui era quando fu chiamato. Sei tu stato chiamato essendo schiavo? Non curartene, ma se puoi divenir libero è meglio valerti dell’opportunità. Poiché colui che è stato chiamato dal Signore, essendo schiavo, è un affrancato dal Signore; parimenti colui ch’è stato chiamato essendo libero, è schiavo di Cristo. Voi siete stati riscattati a prezzo: non diventate schiavi degli uomini. Fratelli, ognuno rimanga dinanzi a Dio nella condizione nella quale si trovava quando fu chiamato» (I Cor. 7, 2 1-24).
Nel nuovo Testamento, perciò, benché non si possa trovare una condanna esplicita della schiavitù, brilla chiara come mai in nessuna etica o religione l’affermazione della fratellanza e dell’amore in Dio per Gesù Cristo di tutto il genere umano, di tutti i popoli e di tutti gli uomini: essa supera qualsiasi precetto ed impone non solo di trattare il servo come fratello, ma di amare perfino i nemici e di fare loro del bene (Mt. 5, 21 ss.). S. Paolo proclama che tutti gli uomini battezzati formano un solo corpo di cui Cristo è il Capo, siano essi servi o liberi  (ειτε δουλοι ειτε ελευθεροι I Cor. 12, 13. Cf. Eph. 6, 5-9; Gal. 3, 28; Col. 3, 22-24).
Lo stesso S. Paolo, nella commovente lettera a Filemone, prende le difese dello schiavo fuggitivo Onesimo e nel rimandarlo convertito a Filemone gli raccomanda di perdonarlo e di riceverlo «non più come schiavo, ma come fratello diletto» (v. 16).
La mancanza di una condanna esplicita della schiavitù come tale può avere serie ragioni: 1) il Signore ha lasciato alla Chiesa lo sviluppo dei suoi insegnamenti secondo le opportunità e possibilità dei tempi; 2) l’abolizione immediata della schiavitù nell’impero romano, qualora fosse stata possibile, avrebbe portato alla disgregazione della società nelle sue istituzioni fondamentali; 3) la Chiesa nei primi secoli (di persecuzione) era tutta penetrata della speranza della prossima venuta di Cristo e dell’avvento del suo Regno. Così l’assestamento della società terrena poteva avere scarsa importanza.
È chiaro poi che la Chiesa non disponeva dei mezzi esteriori per fare quella immediata trasformazione; essa raccomandava ai padroni di trattare gli schiavi come fratelli e ai servi di vedere nei padroni, come in generale nell’autorità, l’autorità di Dio e Cristo stesso. Non deve sorprendere se la storia della liberazione dalla schiavitù nel mondo cristiano orientale ed occidentale, fino alla sua abolizione nel secolo XIX, sia molto complicata nelle sue leggi e incerta nei suoi passi. Va rilevato che la Chiesa nella sua interna costituzione abolì, fin dai primi tempi, ogni discriminazione in conformità del detto di S. Paolo (Gal. 3, 28). Nella Chiesa primitiva gli schiavi godevano di tutti i diritti, privilegi, facoltà degli altri fedeli liberi; partecipavano senza discriminazione alcuna alle assemblee liturgiche, ed una volta liberati potevano diventare chierici e anche vescovi.
È noto che papa Callisto I portava le stimmate di schiavo fuggitivo; molti schiavi e schiave convertirono alla fede i loro padroni e contribuirono alla propagazione del Vangelo; molti incontrarono il martirio (per esempio le sante Felicita e Blandina, Potamiena..., i santi Teodulo, Agricola e Vitale, Proto e Giacinto).
Ma la Chiesa cercò anche di risolvere sul piano civile e politico il problema della schiavitù. Così si adoperò in tutti i tempi per emancipare coloro che per diritto di guerra o per altri motivi eran divenuti schiavi, alienando e vendendo per tale scopo anche i vasi e le suppellettili sacre, adoperandosi come poteva perché i padroni lo facessero spontaneamente. Non meno efficace fu l’influsso della morale e della spiritualità cristiane sulle cause prossime della schiavitù condannando la cupidigia dei piaceri e delle ricchezze, nobilitando gli affetti familiari per impedire l’esposizione dei bambini e soprattutto nobilitando il lavoro con l’esempio di Gesù Cristo e degli apostoli.
L’influsso della concezione cristiana sul riconoscimento di diritti fondamentali dell’uomo ebbe la sua espressione giuridica sia negli Atti dei Concili, sia nella legislazione degli imperatori cristiani: già nel Codex Theodosianus, e poi con Giustiniano, sono emanate ben precise disposizioni che facilitano in ogni modo la liberazione degli schiavi e che mitigano con privilegi, concessioni, diritti di asilo e protezione le condizioni degli schiavi. Il movimento di liberazione continuò in tutto il Medio Evo e si estese alle genti barbariche del Nord che accettavano l’influsso della Chiesa e del diritto romano fino a far scomparire in pratica la schiavitù antica e a concepire nuove forme di dipendenza più consone alla crescente consapevolezza della dignità dell’uomo.

Precarietà del diritto avulso da Dio

La perdita totale dei valori di libertà faticosamente conquistati dal mondo moderno nella scia della fratellanza universale, secondo la concezione biblica e gli sforzi della predicazione della giustizia e carità cristiana, furono radicalmente negati e travolti sia dalla «lotta di classe» (Klassenkampf) fondata sulla violenza fisica e morale da parte del comunismo ateo, sia dalla dottrina della razza del nazionalsocialismo germanico che portò agli errori della seconda guerra mondiale. Ma il disumano errore non poteva vincere e così al prezzo di fiumi di sangue e di lacrime, di montagne di macerie e di distruzioni, l’uomo ha riconquistato una libertà più profonda ed una consapevolezza phi matura della propria dignità che egli oggi deve difendere contro la minaccia dei nuovi e vecchi totalitarismi. L’immensità stessa delle sofferenze della guerra ha contribuito ad avvicinare le diverse classi sociali e a ridurre le loro opposizioni. La sua estensione ha coinvolto, più o meno direttamente i popoli di tutti i continenti, ha mostrato agli uomini la necessità di una unità supernazionale che fosse in grado di superare ogni barriera di razza, di religione e di cultura per ritrovarsi insieme nello sforzo di costruire un mondo pin giusto ed umano. Di qui l’orizzonte si è finalmente schiarito nel fatto più saliente del nostro tempo: cioè la proclamazione della Carta dei diritti dell’uomo da parte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (1948).
Ci si può domandare però se l’affermazione di tali fondamentali diritti sia riportata ad un adeguato fondamento ontologico che garantisca il loro valore universale secondo un senso assoluto che non vada soggetto ad alcun arbitrio. Essi sono bensì presentati come appartenenti alla natura umana. Però la stessa natura umana, quando sia lasciata a se stessa senza essere riferita ad un’origine trascendente in Dio come Spirito puro ch’è creatore del mondo e padre di tutti gli uomini, può ammettere una pluralità di interpretazioni varie ed opposte le quali mettono in pericolo od almeno in continua contestazione l’esistenza ed il senso di quei «diritti», con le rispettive applicazioni in campo sia etico come sociologico-politico. Senza un riferimento al primo Principio trascendente, anche il «concetto dell’uomo» si dissolve nella costellazione storica (è zeitbedingt): allora ogni principio dell’azione umana si risolve in un patto o convenzione storica contingente la cui consistenza resta sempre precaria e non va più in là di una vaga aspirazione. In siffatta mancanza di orizzonte, la stessa affermazione basilare della libertà si dissolve in una vaga aspirazione ch’è incapace di determinare nella pratica dei rapporti individuali, sociali e politici, le proprie istanze: per esempio il diritto di proprietà, indispensabile allo sviluppo della persona come centro originario di libertà, non può prescindere dalle esigenze sociali; la libertà religiosa non può fondarsi sul presupposto dell’eguaglianza di valore (che porterebbe necessariamente al giudizio d’indifferenza) di ogni religione, ecc.
Il razzismo nazista vedeva nell’uomo concepito come «creatura di Dio» dalla concezione ebraico-cristiana il principale nemico da abbattere. Esso celebrava, con più o meno ragione, come suoi ispiratori i formatori della coscienza tedesca nella rivolta contro l’ortodossia religiosa cristiano-cattolica, cioè gli esaltatori della «coscienza germanica»: Eckhart, Böhme, Lutero, Leibniz, Herder, Hegel, Nietzsche, Ranke, Spengler, Bismarck, H. Chamberlain… Al posto dell’universale dignità e fratellanza di tutti gli uomini, esso ha sostituito la separazione in virtù del «mito del sangue» (Blutmythus) che doveva consacrare la razza germanica al dominio del mondo sul fondamento del faustiano: «Io voglio e basta!» (Allein, ich «will») (11).
Anche se non siamo ancora in grado di valutare tutta la portata reale che ebbero nella realtà queste pazze parole e le insensate idee ch’esse esprimevano, possiamo perô in qualche modo affermare che senza lo sfondo culturale dei filosofi della linea germanica, ora indicato, difficilmente esse avrebbero avuto tanta presa sul popolo germanico e potuto esaltarlo nella grande maggioranza oltre i limiti dei sentimenti più elementari dell’umanità. Quando si pensa alla glorificazione della «azione pura» di Goethe (Am Anfang war die Tat); quando si ricorda la celebrazione hegeliana dello «Spirito germanico» (germanischer Geist) come lo spirito del nuovo mondo il cui scopo è la realizzazione della Verità assoluta come l’autodeterminazione assoluta della verità, che ha per contenuto la sua stessa forma assoluta (12) che doveva sostituirsi alla concezione cristiana; quando si ricorda la proclamazione frenetica della «vo1ontà di volere» (Wille zum Wille) come «volontà di potenza» (Wille zur Macht) di Nietzsche..., non si può non ricercare le responsabilità più sostanziali che implicano — almeno sotto qualche aspetto — un’intera tradizione culturale. Si tratta di rendersi conto che il pensiero moderno, a cominciare proprio col cogito cartesiano, rimette nelle mani della volontà e dell’azione le sorti della verità dell’essere e del senso dell’uomo (13). Allora, se l’essenza della cultura moderna è il volontarismo, non tocca meravigliarsi se poi la verità è identificata con l’azione e il diritto con la forza, come — dopo il crollo del nazismo — continua ora a fare il comunismo mondiale ateo, erede di Hegel e Feurbach. Non a caso pertanto un po’ dovunque le esigenze più profonde dell’umanità reagiscono al fondo filosofico di questa cultura che ha portato il mondo sull’orlo dell’abisso.
La crisi del mondo è una crisi di diritti in quanto e insieme una crisi di doveri ed è una crisi di doveri in quanto prima è una crisi delle fondazioni cioè dei princìpi, che le filosofie del «puro umano» chiuso, nell’orizzonte umano e terrestre, hanno fatto vacillare. Un’esigenza radicale ed elementare di salvezza sospinge oggi il fondo della coscienza di tutti gli uomini — con la fine del colonialismo e con esso di tutti i residui della schiavitù — ad invocare una giustizia più umana per attuare la pace. Perciò la coscienza dell’umanità in questo periodo postbellico, si apre all’esigenza del dialogo e del colloquio nel senso e consenso di una fraternità universale qual è stata promossa da John F. Kennedy e da Giovanni XXIII, il papa dell’enciclica Pacem in terris.
Ma il compito è ben lungi dall’essere finito: anche oggi il mondo trepida per la pace ed ognuno di noi deve assumere la propria responsabilità.

Note

(1) Cfr. C. Fabro, Dall’essere all’esistente, II ed., Brescia 1965. / (2) Hegel, Phänomenologie des Geistes VII, A e B; Hoffmeister 481 ss. - Cfr. anche: Philosophie der Religion, Jubiläumsausgabe Bd. XV, p. 279 ss.; ed. Lasson Bd. XIII, 2, spec. p. 77 ss. / (3) cfr. S. Agostino, De Civ. Dei, lib. I, c. 3 ove si cita Virgilio: «Gens inimica mihi Tyrrhenum navigat aequor - Ilium in Italiam portans victosque penates» (Aen. I, 71-72). / (4) Cfr. P. Van Inschoot, Théologie de l’Ancien Testament, Bibi. de Théol., Series III, vol. 4; Paris-Tournai 1956, spec. ch: 1. - Cfr. anche: G. Pidoux, L’homme dans l’Ancien Testament, Cahiers théologiques 32, Neuchâtei-Paris 1953. / (5) Alcuni elementi fondamentali del problema si trovano indicati da Fr. Delitsch, System der biblischen Psychologie, Leipzig 1855, p. 123 ss. (§ 3, Die Freiheit); G. Kittel, Theol. Wörterb. z. Neuen Testament, s.v. ανθροπος Bd. I, p. 365 ss. (Joach Jeremias); spec. δουλος Bd. II, p. 264-283. (Rengstorf - art. ampio ma puramente espositivo); ελευθεροι ibid. pp. 484-500 (Schlier: art. accurato per l’aspetto teologico). / (6) La concezione del Genesi rimane inalterata nella tradizione ebraico-cristiana: essa è ripresa espressamente in Eccl. (17, 3.4) che ribadisce il potere dell’uomo su tutta la natura, mentre in Sap. (2, 23-24) la somiglianza con Dio è messa in rapporto con l’immortalità felice che egli ha perduto per l’invidia del diavolo. Dio ha creato l’uomo per l’immortalità e l’ha fatto immagine della propria eternità (ελευθερος di Epiph., Athan. mantenuta da Ralphs, mentre Sweete segue i Codici Sin., A, B e Clem. Alex. Cfr. P. Van Inschoot, Op. cit., p. 11, n. 2. / (7) Cfr. Kant, Die Religion innerhalb der Grenzen der blossen Vernunft, I Stück, Reclam e Vorländer 17 ss. / (8) Kant, Mutmasslicher Anfang der Menschengeschichte (1786): «Congettura» (Mutmassung), osserva Kant, è tutt’altro che pura finzione romanzata: congettura è opera di ragione che intende portarsi aldilà della stona, al punto dove finiscono i documenti della storia (alla Urkunde, Urgeschichte). / (9) Che la divina Onnipotenza creatrice, lungi dall’essere una limitazione, come ha preteso il deismo e poi soprattutto Kant, lo ha dimostrato Kierkegaard in un mirabile testo del Diario (Papirer 1846, VII A 181; tr. it., II ed., Brescia 1963, t. I, p. 512 ss.). / (10) J. Abelson, Slavery, in «Hasting’s Encyclopedia of Religion and Ethics», t. XI, p. 620 b-621 a. Per la recente messa a punto del problema, v. la Enciclopedia Cattolica, t. IV, coll. 1698-1702 («Diritti dell’uomo»: A. Messineo); t. XI, coll. 48-49 («La schiavitù nel mondo antico»: N. Turchi); coll. 49-50 («La s. nella Bibbia»: A. Penna); coll. 50-55 («Il Cristianesimo e la s.»: F. Crosara). / (11) A. Rosenberg, Der Mythus des 20. Jahrhunderts, Eine Wertung der seelisch-geistigen Gestaltenkämpfe unserer Zeit, München 1941, p. 699. - Sull’ateismo di fondo della cultura, e in particolare della filosofia moderna, come processo inevitabile del principio d’immanenza, v. ora il nostro: Introduzione all’ateismo moderno, Roma 1964. / (12) Hegel, Philosophie der Weltgeschichte, Lasson 763. Hegel, com’è noto, identifica il fatto col diritto, la verità col «risultato» della storia, e quindi l’accusato col giudice secondo il principio preso da Schiller che lo «Spirito del mondo» (Geist der Welt) attua il proprio diritto nella «storia del mondo come giudizio del mondo» (Weltgeschichte als Weltgericht. - Cfr. Grundlinien der Philosophie des Rechts, § 340; Hoffmeister 288. Il principio è sviluppato come conclusione della Philosophie der Weltgeschichte, Lasson 937 s.). / (13) Cfr. al riguardo il saggio magistrale di M. Buber, Das Problem des Menschen, in «Dialogisches Leben», Zürich 1947, p. 319 ss.

E Garibaldi sformò l’Italia


 di Antonio Socci

Quel che non si dice del mitico generale. Il caso più famoso fu il massacro di Bronte. Ma non ci fu solo quello. La storia del Mille e del loro capo è piena di tante ombre. Ecco quel che dovreste sapere e che non vi è mai stato raccontato...

[Da «il Sabato», 31 gennaio-6 febbraio 1987, p. 19]

Carlo Alberto, il re tentenna. Mazzini, l’apostolo della Patria. Garibaldi l’eroe dei due mondi. Cavour, il gran tessitore. E poi il «grido di dolore», «Obbedisco»!, «Ci siamo e ci resteremo», «Qui si fa l’Italia o si muore», «Roma o morte»! e così via. Abbiamo una storia da operetta: bisogna avere proprio un cuore di pietra per non scoppiare a ridere. Qualche storico ha cominciato a dissipar le nebbie su quel colossale falso storico (e dove era leggenda appaiono spesso grottesche pagliacciate e talvolta imprese criminali). Ma gli eroi del risorgimento restano. Il Mazzini ad esempio. Che dire della descrizione che ne dà il Farini fuori dei canoni ufficiali: «Mediocre uomo in tutto, orgoglio stragrande in sembianza d’umiltà», astratte vacuità...? Garibaldi poi è marmo e bronzo.

Lo sceneggiato TV Il Generale di Magni fa di tutto per sfuggire all’enfasi e alla retorica. Ed era ora. Ma la scelta di Franco Nero ha dato un tocco di edulcorata classe holliwoodiana ad un personaggio, il Garibaldi storico, piuttosto rozzo e un tantinello esaltato. Sentiamolo: «Papa e clero disgrazia e cancro d’Italia». Ed ancora: «Il grido d’ogni italiano, dalle fasce alla vecchiezza deve essere: guerra al prete»!. Tale fu la scienza e la ‘classe’ del nizzardo. Appena sbarca in Sicilia si proclama Dittatore, svuota conventi e monasteri, li saccheggia, confisca, scioglie a forza i Gesuiti, imprigiona, stabilisce bivacchi militari nelle splendide chiese meridionali. Garibaldi era stato iniziato alla Massoneria nel 1842 a Montevideo. A Palermo fonda una quantità di Logge. Nel 1864 viene eletto primo Gran Maestro della massoneria italiana e poi Gran Maestro onorario a vita. (Massoni erano pure Mazzini, Cavour, Vittorio Emanuele, Crispi, Ricasoli e così via). Con lui la massoneria italiana vara una virulenta tradizione anticattolica.

Il nostro eroe che mise al suo asino il nome del Papa, che chiamava Pio IX «un metro cubo di letame» (nel 1881 i massoni dettero addirittura l’assalto al funerale del Papa per scaraventarne la salma nel Tevere) fu il caposcuola su cui si formarono quelle generazioni di liberi-pensatori. Fra questi, qualche anno dopo, il mangiapreti romagnolo Mussolini Benito. Siamo appena nel 1904 quando il giovane rivoluzionario di Predappio attacca Papa Sarto «in nome dell’Anticristo che è la ragione, che si ribella al dogma e abbatte Dio». Pochi anni dopo salirà agli onori della cronaca per un libello blasfemo scritto per celebrare l’anniversario della morte di Garibaldi. Ma ancora nel 1918, direttore de Il Popolo d’Italia, sarà a Milano, sotto il monumento a Garibaldi a celebrare la vittoria. «Fin da giovane Mussolini era stato un esponente tipico, quasi caricaturale dell’ideologia massonica» (Vannoni). La pacata e lucida mente di Jemolo vedrà nel Mussolini, ormai Duce d’Italia, «il più diretto erede del garibaldinismo».

Del resto il «segreto iniziatico» della dottrina massonica non è proprio l’autodivinizzazione dell’uomo e l’idolatria del Capo/Stato? (Nei catechismi patriottici si celebrava in Garibaldi la Trinità: «Il Padre della patria, il Figlio del popolo, lo Spirito della libertà»).

Si potrebbero poi sorprendere i legami del garibaldinismo col fascismo anche attraverso curiosi canali secondari. Il massone, mazziniano, Eduardo Frosini ad esempio, che sedette alla presidenza del I congresso fascista di Firenze (1919), che nel suo giornale La Questione morale (già allora!) per primo propugnò la vocazione imperiale di Roma. Del resto proprio il garibaldino-massone Crispi aveva varato in grande quella politica coloniale imperialista che il Duce si sentirà in dovere di portare a compimento, con la fondazione dell’Impero. Altri generali garibaldini (e massoni) come Nino Bixio, dai massacri di contadini calabresi finiranno i loro anni a mercanteggiare in schiavi cinesi con il Perù. È la singolare epopea dei ‘liberatori’...

La conquista del Sud. Lo sceneggiato televisivo di Magni racconta dunque soltanto il biennio ‘60-’61 del nizzardo. Quello sceneggiato dice e non dice: troppo lontana è la verità dalla leggenda. Proviamo allora a oltrepassare il fronte, per capire finalmente come fu visto Garibaldi, in quei due anni, dalle popolazioni ‘liberate’. Spigolature di un documento eccezionale davvero da antologia, e oggi quasi introvabile. È un libello appassionato e infuocato di un intellettuale napoletano, Giacinto de Sivo, pubblicato quasi un secolo fa clandestinamente e anonimo, e nel 1965 ristampato in copia anastatica da un piccolo editore: I Napolitani al cospetto delle nazioni civili. È la stessa storia, ma stavolta scritta dai vinti: il grido di ribellione di un popolo non solo colonizzato e umiliato dai sedicenti ‘liberatori’ ma per di più coperto di menzogne nella storia ufficiale, quella scritta dai vincitori. «Ell’è una trista ironia lo appellar risorgimento questo subissamento del bel paese».

L’altrastoria. Il Regno delle due Sicilie è libero e indipendente fin dal 1734, con un re italianissimo, napoletano. Non è una terra ricca solo di passato (da Cicerone a Orazio, a S. Tommaso a Vico a Tasso...): ha una grande tradizione giuridica, enormi ricchezze artistiche e — si direbbe oggi — ambientali. La statistiche dicono: in proporzione meno poveri che a Parigi e Londra, le tasse più lievi d’Europa, la prima flotta d’Italia, una popolazione cresciuta di 1/3 dal 1800 al 1860, un debito pubblico di appena 500 milioni di Lire per 9 milioni di abitanti, contro il Piemonte che ha più di mille milioni di debito per quattro milioni di abitanti (il sud in sostanza dovrà pagare i debiti del Piemonte, anche. quelli fatti per conquistarlo). Inoltre «erano in cassa 33 milioni di ducati quando il liberatore Garibaldi vi mise su le mani e li fe’ disparire».

Il re di Torino, di origini e lingua francese aveva spedito un nizzardo a «liberare dagli stranieri» una terra governata da un re ben più italiano di lui (per di più Napoli era, in confronto a Torino quel che oggi sarebbe Firenze in confronto ad Aosta). Ma il re di Napoli, cattolico e sostenitore del Papa, negli equilibri internazionali era sostanzialmente isolato.

Dunque come possono 1000 uomini male armati e peggio vestiti distruggere così un Regno con un esercito di 100.000 uomini? I vincitori rispondono (e hanno scritto): per il gran valore dei garibaldini e l’appoggio delle popolazioni. In realtà Garibaldi poteva esser rigettato in mare fin dallo sbarco. La vera arma vincente che spianò la strada al nostro fu quella della massoneria piemontese e francese che fra burocrati, ufficiali e ministri si era comprato tutto il Palazzo di Francesco II: «La setta corrompe e inventa la storia» scrive De Sivo, «sospinge l’umanità a subire la tirannide o ad esser tiranna». Qualche esempio. A Calatafimi il generate Landi (al prezzo di 18.000 ducati) impedisce ai suoi di sbaragliare i garibaldini già in rotta. Senza alcuna ragione 20.000 soldati vengono fatti uscire da Palermo senza colpo ferire. E poi Milazzo, Messina: migliaia di soldati di Francesco spediti sulle montagne lontane. Il generale Ghio ne disciolse 10.000. Altrettanti il generale Briganti che però viene fucilato sul posto, per alto tradimento dai suoi stessi soldati. E poi altri ufficiali leali al re costretti a disarmare le proprie truppe e a consegnare migliaia di soldati a qualche decina di garibaldini che avevano loro stessi sbaragliato e ridotto alla resa. E infine le sconfitte di Garibaldi sul Volturno e l’incredibile comportamento degli ufficiali di Francesco che avevano ormai Napoli e la vittoria definitiva a portata di mano.

Un generale Cialdini, ad esempio che passò con Garibaldi mitragliando le popolazioni insorte contro il suo tradimento (come, anni prima, erano insorte contro Pisacane). Decine dl città «reazionarie», che avevano organizzato la resistenza (da Isernia, a Venosa, a Barile, Monteverde, Cotronei, S. Marco e così via) furono distrutte e bruciate dai Garibaldini. Villaggi, cascine, molini, saccheggiati, contadini massacrati (non solo a Bronte). «Purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infestate dall’immonda bava del prete» scriveva il traditore generale Pianelli nel febbraio ‘61, passato coi ‘liberatori’.

«Napoli non avversa l’Italia» scriveva appassionatamente il nostro De Sivo, «ma combatte la setta, che è anti-italica, com’è anticristiana e anti-sociale, atea e ladra». Da questa ribellione nasce il brigantaggio contro l’occupante piemontese. «Briganti noi combattenti in casa nostra, difendendo i tetti paterni; e galantuomini voi venuti qui a depredar l’altrui?».

Il De Sivo si appella ad un’Europa complice e connivente dell’invasore: «La setta» scrive «deruba, distrugge e poi ci impone i suoi maestri piemontesi, le sue leggi, i suoi debiti, il suo vocabolario e gli esempi di laidezze e rapine e irreligione e ferocia». Si ha un bel deprecare, oggi, la proverbiale diffidenza dei popoli del meridione d’Italia verso le istituzioni e lo Stato; e condannar la mafia e cosi via. Del resto proprio gli espropri dei beni della Chiesa nel Sud, con cui a Torino si costituirono te finanze del nascente Stato massonico, sono fra le cause del futuro sottosviluppo del sud, del suo ritardo nei confronti del nord, che ha esportato i debiti e importato le ricchezze. «Il primo frutto dell’unità è l’aumento dei balzelli pubblici... Oh le promesse dei settari! A voi basta il gridar popolo e civiltà per saccheggiare i popoli civili».

Ma il parlamento piemontese non ci pensa due volte ad annettersi le provincie meridionali: era un Parlamento eletto da 100 mila persone per 24 milioni di abitanti (al 95% contadini e cattolici). Un parlamento ‘liberale’: «Codesti sedicenti deputati, ignoti al popolo, corifei della setta, eletti da se stessi…». Per salvar la faccia Garibaldi, ad annessione già avvenuta organizzò un plebiscito: era il 21 ottobre 1860. I risultati ufficiali furono proclamati su piazze e strade deserte: 1.313.376 per l’annessione e 10.312 contro. Anche a prender per buone cifre tanto balorde, si deve comunque pensare ad una minoranza sui 9 milioni di abitanti.

Ma quel che era accaduto in quei giorni, sui libri dei vincitori non sta scritto. Aggressioni, uccisioni, arresti, intimidazioni. Grandi cartelli dichiaravano «Nemico» chi votava No; il voto peraltro non fu segreto: furono poste due urne palesi e quelle del No «coperte da bande di camorristi». Anche astenersi era colpa di Stato: «Salvar la vita, in quei giorni era pensiero universale». E poi garibaldini — anche stranieri — che votavano anche 10, 20 volte: perfino Garibaldi, Bixio e Sirtori non si vergognarono di votare. E per chi si ribellava era dura. Ad esempio si può ricordare il rapporto del governatore garibaldino della Capitanata: «Insurrezioni nel giorno del plebiscito: si son fatti sforzi eccezionali perche l’insurrezione non sia generale». (segue la richiesta di armi e soldati). O il suo collega di Teramo che proclamava lo stato d’assedio nei comuni della provincia ancora 9 giorni dopo il plebiscito: «I reazionari presi con le armi saran fucilati»!.

Agli stati d’assedio, i brogli, le violenze, vanno aggiunte le galere piene di «reazionari», gli esiliati, i fucilati... «Ma alla setta bastava mostrare all’Europa una maggioranza di cifre». Sarà un testimone d’eccezione, Lord Russel in un dispaccio del 24 ottobre a testimoniare che «i voti che ebber luogo in quelle province non han grande valore...». Ma la scuola dei vincitori racconta ben altro: dice che la gran capitale di un Regno, la bellissima Napoli fu entusiasta di diventare una prefettura di Torino. «Lasciate dal vantar plebisciti. Dite che son fatti compiuti; e sì che son compiuti, ma per restar monumenti eterni di vostra nequizia. Voi, gretta minoranza, volete imporre il vostro pensiero ad una nazione, e col pensiero i ceppi... un pugno di tristi vuol comandare a milioni; perciò destituisce, disarma, condanna, pugnala, carcera, esilia, fucila ed incendia.
Siete atroci perche pochi; siete costretti a dar terrore, perché vi manca il numero; dovete far seguaci con la corruzione perché non avete il concorso della virtù».(De Sivo). Questa fu l’epopea del ‘liberatore’ Garibaldi raccontata dal popolo ‘liberato’. Sui libri di scuola (la scuola dei vincitori) si trova al capitolo: Risorgimento.

Antonio Socci

Le sciocchezze di Corrado Augias


 di Francesco Agnoli

Rassegna e confutazione di alcune tesi clamorosamente false di un dilettante che si avventura in campi dov’è incompetente. Copiando anche interi brani da Internet.

[Da «il Timone» n. 86, Settembre-Ottobre 2009]

La corazzata mediatica del quotidiano Repubblica continua a sfornare, tramite i suoi giornalisti, libri e libelli contro la Chiesa. Sembra la sentano come un dovere morale irrefrenabile. Dopo la presunta inchiesta di Curzio Maltese, La questua, zeppa di imprecisioni e maldicenze, sono venuti il poderoso e inconcludente La chiesa del no, del vaticanista Marco Politi (con prefazione di Emma Bonino), ed il pamphlet ottocentesco di Claudia Rendina, La santa casta della Chiesa, incentrato su tutte le malvagità vere o presunte di uomini di Chiesa e credenti in generale.

Ma soprattutto, tra le opere più aggressive e più fortunate, quanto a pubblico, si segnalano i tre libri di Corrado Augias: Inchiesta su Gesù, Inchiesta sul Cristianesimo, e, infine, Disputa su Dio, dialogo a due voci con Vito Mancuso. Augias, è bene ricordarlo, è anche un presentatore televisivo, un volta noto al grande pubblico. Chiaramente ne approfitta, per gettarsi a capofitto anche in campi che non conosce e in cui ammette, en passant, di essere un vero dilettante. Questo non gli impedisce di proporre le sue opinioni, infondate, come verità certe e consolidate. In realtà, sempre, dietro le sue ricostruzioni, vi è l’ideologia, il pregiudizio di chi ritiene che l’uomo sia equiparabile ad un ammasso casuale di atomi, senza scopo e senza significato. Interessanti, per capire la sua visione antropologica, due dichiarazioni presenti in Disputa su Dio. Nella prima paragona l’anima ad un computer futuro, nulla più, «in grado di manifestare sentimenti e di elaborare in modo autonomo forme di autoapprendimento» (p. 123); nella seconda equipara l’uomo ad una scimmia, volendo desumerne la negazione dell’esistenza di Dio e dell’anima immortale: «Una volta, allo zoo, ho sentito fortissima la tentazione di abbracciare il povero corpo peloso, lubrico, inconsapevole di uno scimmione, e che lui abbracciasse me, annullando in tal gesto di goffa fraternità i milioni di anni che ci separano» (p. 242).

Alla luce di queste affermazioni si capisce perché, al di là della sua produzione libraria, Augias dedichi numerose sue risposte su Repubblica, nella pagina dei lettori, ai temi della bioetica, difendendo a spada tratta aborto, contraccezione, eutanasia, Ru 486 ecc. con sordo rancore, con vero astio verso le posizioni dei cattolici, che per lui, poco democraticamente, sono sempre e immancabilmente «intollerabili».

L’idea di Augias, infatti, è che in una democrazia non vi possano essere «principi non negoziabili», che non mutano, che non possono essere calpestati da chicchessia. Il perché non è dato capirlo, dal momento che tutta la storia del Novecento, con le sue guerre, i suoi lager, gulag e laogai, dimostra proprio quanto i valori intangibili siano indispensabili per impedire alla legge, all’auctoritas, di diventare tirannica, dittatoriale e prevaricatrice. Hitler, Lenin, Stalin, Mao, e Pol Pot, per intenderci, non riconoscevano valori non negoziabili, e neppure valori spirituali: il risultato si è visto.

Augias, si diceva, contrasta il pensiero cattolico soprattutto nel campo della bioetica, deciso come è ad affermare l’assoluta possibilità di ogni singolo uomo di autodeterminarsi, come fosse il padrone della vita, propria e altrui. Su Repubblica del 10 marzo 2006 ebbe a scrivere al suo direttore: «sto per acquistare il kit della “Buona morte” in vendita a Bruxelles e credo anche in Olanda. Il prezzo è contenuto, meno di cento euro. C’è nel suicidio consapevole responsabilmente esercitato una traccia della virtù romana antica. Il desiderio di restare padroni di sé, di congedarsi dalla vita senza doversi vergognare».

Tornando ai suoi libri sul cristianesimo, Augias propone le sue verità «inconfutabili»: Gesù non si sarebbe mai proclamato Dio e avrebbe creato una Chiesa, ma solo come «comunità messianica», «realtà escatologica», per il «giorno del giudizio»! Dopo simili, grottesche affermazioni, Augias — omettendo volutamente di parlare dei primi 300 anni in cui papi, sacerdoti e semplici fedeli vennero uccisi negli anfiteatri romani, bruciati nei giardini di Nerone, depredati dei loro beni e delle loro proprietà, pur di mantenere la loro fede — spiega che l’affermazione del cristianesimo fu dovuta essenzialmente all’intervento dell’imperatore Costantino. Costui, d’altra parte, si sarebbe convertito solamente per interesse, per fare della religione cattolica uno strumento di potere, trovando subito l’alleanza di una istituzione, la Chiesa appunto, sempre pronta a fare i suoi sporchi interessi politici ed economici. Come sempre Augias propone ogni sua stramberia come un dogma inconfutabile, avvalorato, a suo dire, dal giudizio unanime di non meglio precisati «storici». Da una parte cioè vi sarebbero i cattolici, sciocchi e creduloni, ancora disposti ad andare dietro alle favole delle conversioni, e dall’altra coloro che invece hanno il coraggio di guardare in faccia alla realtà.

La verità è completamente un’altra. Chi vuole può limitarsi a sfogliare la storiografia attuale, in gran parte laica, su Costantino. Vedrà come si può vendere fumo, dare per accertate tesi che non lo sono affatto, con la più grande naturalezza. A sostenere la veridicità della conversione di Costatino, il graduale cammino di avvicinamento sincero che quest’uomo fece alla religione di Cristo, sono tutti i più grandi conoscitori di quell’epoca. Cito solo Guido Clemente, titolare della cattedra di storia romana all’università di Firenze, autore di una Guida alla storia romana (Mondadori); Augusto Fraschetti, docente di storia economica e sociale del mondo antico a La Sapienza di Roma, autore di La conversione. Da Roma a Roma cristiana (Laterza); Arnaldo Marcone docente di Storia romana all’Università di Udine e autore di Pagano e cristiano. Vita e morte di Costantino (Laterza); Robin Lane Fox, docente di Storia antica al New College di Oxford, autore di Pagani e cristiani (Laterza), e tantissimi altri titolati studiosi del mondo antico, come Andrea Alfoldi, Franchi de’ Cavalieri, Norman Baynes, Marta Sordi, Klaus Bringmann... Tra costoro segnalo solo, per mancanza di spazio, il grande archeologo Paul Veyne, di formazione laica e comunista. Veyne sostiene con sicurezza l’autenticità della conversione di Costantino, ricordando, con J.B. Bury, che la sua «rivoluzione fu forse l’atto più audace mai commesso da un autocrate in spregio alla grande maggioranza dei suoi sudditi». È innegabile, infatti, che all’epoca di questo imperatore, che pose fine alle persecuzioni dei cristiani, essi non erano per nulla appetibili come forza politica e sociale: costituivano solo il 5—10 % della popolazione, mentre Senato, aristocrazia romana ed esercito erano in stragrande maggioranza pagani. Il cristianesimo, continua Veyne, si impose allora «perché offriva qualcosa di diverso e nuovo», perché era «religione dell’amore», non certo grazie alla forza ed al potere.

La stessa faciloneria e malizia con cui Augias liquida Costantino caratterizza anche la gran parte delle altre sue argomentazioni: quando afferma erroneamente che le opere di Darwin furono condannate dalla Chiesa; quando copia interi brani di E. O. Wilson, tratti dalla rete, senza citare la fonte e spacciandoli per suoi; quando definisce sbrigativamente Eluana un «cadavere vivente» quando colloca il filosofo Spinoza e Freud tra i grandi scienziati e racconta che la Chiesa li avrebbe scomunicati; quando spiega che la Chiesa, che ha creato l’istituzione ospedaliera, avrebbe ostacolato l’uso degli antidolorifici per un macabro gusto del dolore […]. Sempre, ogni sciocchezza è detta con l’aria di chi la sa lunga. E il lettore ingenuo non può che credere al volto noto e suadente...

Bibliografia

Francesco Agnoli, Perché non possiamo essere atei. Il fallimento dell’ideologia che ha rifiutato Dio, Piemme, 2009.
Paul Veyne, Quando l’Europa diventò cristiana, Garzanti, 2008.
Marco Fasol, I vangeli di Giuda, Fede & Cultura, 2007. 

Le radici filosofico-politiche dell’ateismo contemporaneo

 di Augusto Del Noce

L’espansione dell’ateismo è il fenomeno nuovo del nostro tempo. In Occidente l’eclissi dell’idea di Dio ha assunto però non la sua forma più sistematica, ma quella dell’indifferenza religiosa. Un compendio del pensiero di Del Noce ci aiuta a individuare le radici dell’«irreligione contemporanea».

[Da «Il Nuovo Areopago» – anno 2 – n. 2 (6) – estate 1983 – pp. 7-28]

    1. Che l’espansione dell’ateismo — o, per dirne meglio la forma che essa assume, «l’eclissi dell’idea di Dio» — sia il fenomeno nuovo che caratterizza la nostra epoca non ci sarebbe bisogno di ripeterlo, se non fosse necessario che l’attenzione sia concentrata sul suo carattere di novità, rispetto a qualsiasi periodo passato della storia; di più, di novità non prevista, né negli anni di guerra, né nel primo decennio del dopoguerra. I termini del conflitto spirituale e politico erano allora pensati come quelli di «civiltà cristiana» e di marxismo e si vedevano esaurite nell’impatto col marxismo le forme del cristianesimo laicizzato, così nel loro aspetto teorico come nella loro capacità di penetrazione etico-politica, in modo che il richiamo toccasse di diritto alla trascendenza religiosa. Nel risveglio religioso confidava Pio XII, in ragione della profonda visione secondo cui la seconda guerra mondiale sarebbe stata la tragedia dell’immanentismo etico, di cui tutte le parti portavano le responsabilità. Vi confidava Maritain secondo quel che aveva scritto nel 1936, che al termine della dialettica dell’umanesimo moderno ci si sarebbe trovati in presenza di due posizioni pure, l’ateistica — da lui individuata, come la forma in cui avrebbe raggiunto il maggior vigore, nel marxismo — e la cristiana (Humanisme Intégral, p. 42, ed. del 1936). Il primo decennio del dopoguerra appariva confermare la sua tesi degli anni Trenta, ma la storia dell’ultimo quarto di secolo sembra invece esserne la smentita radicale; la posizione cattolica a cui pensava «che trova le sue armi concettuali in S. Tommaso d’Aquino» ha traversato una grave crisi negli ambienti religiosi stessi; quanto al marxismo che allora riappariva come filosofia in Occidente dopo un lungo oblio (se addirittura non è meglio dire che appariva, in quanto filosofia, per la prima volta se si lasciano da parte pensatori isolati o il breve successo nella Germania dei primi anni Venti), dove si trovano più filosofi marxisti? Al più, si trova qualche filosofo che vuol separare Marx dai marxismi: «dobbiamo liberare — ha detto recentemente il filosofo aderente al PCI, Luporini — Marx dal marxismo e da tutti quegli scenari che si chiamano materialismo dialettico, socialismo scientifico e perfino materialismo storico o concezione materialistica della storia». Comprendere il vero senso di Marx esigerebbe dunque un lavoro che con ogni probabilità non avrebbe termine che fra un secolo. Il che significa però qualcosa di effettualmente ben chiaro in riferimento alla situazione presente, data l’autorevolezza di chi ha pronunciato queste parole: il congedo dell’appello al marxismo filosofico da parte del partito comunista italiano perché culturalmente e politicamente d’inciampo.
    È curioso osservare come l’eclissi dell’idea di Dio abbia coinciso in Occidente — ove si trova oggi l’epicentro dell’indifferenza religiosa — con il declino dell’interesse per quella che tra le forme di ateismo è la più sistematica. Trent’anni fa le opposizioni di cristianesimo e di marxismo e di democrazia e di totalitarismo tendevano a coincidere in un’interpretazione metafisica ed etica dei sistemi politici. L’inizio del processo verso l’indifferenza religiosa coincide col momento in cui l’analisi del meccanismi della democrazia e del totalitarismo venne considerata di pura pertinenza dei sociologi e dei politologi, senza intramettenze metafisiche. O con quello della, quanto discutibile si vedrà, «deideologizzazione della politica».

    2. Credo che la via migliore per intendere questo spostamento sia ripensare la frase hegeliana sulla «filosofia pensiero del proprio tempo». Ci si può vedere, o ci si vede di regola, il punto di partenza dello storicismo, ma ciò non è affatto necessario. La verità che essa enuncia vale per la filosofia in generale; effettivamente una filosofia che non sappia render conto del presente storico si confessa come filosofia legata a un periodo storico passato, e questo vale per qualsiasi filosofia, immanentistica o trascendentistica che sia; può perciò anche darsi che l’approfondimento del mondo contemporaneo riporti a una metafisica della trascendenza, e questa è la mia convinzione rispetto alla realtà di oggi. Dobbiamo dunque preliminarmente domandarci quale sia l’immagine che l’uomo comune occidentale si fa del nostro tempo, e come essa sia legata alla diffusione dell’ateismo.
    Ateismo? È poi il termine esatto? Assai spesso si distingue tra ateismo e non credenza. Il primo consisterebbe in una risposta negativa al problema dell’esistenza di Dio. La seconda in un allontanamento, teorico e pratico, dalla tradizione religiosa e dal riferimento della vita mondana ai suoi valori: c’è da pensare — questo sarebbe il giudizio del non credente — al miglioramento delle condizioni della vita terrestre e per il problema di Dio non c’è tempo. Non credo che questa distinzione abbia fondamento. Perché il vero ateismo non sta nella risposta negativa al problema di Dio lasciando sussistere però il problema — risposta negativa che non è mai riuscita a sostenersi, a raggiungere neppure l’apparenza della persuasività; se si accetta che il problema di Dio venga posto, l’ateo farà sempre la figura dell’insipiens — ma nella scomparsa del problema di Dio, come già avevano compreso Comte e Marx. Ora questa scomparsa sembra aver trovato maggior diffusione nell’Occidente che nei paesi dell’Est; e bisogna andar cauti nel vedere segni di risveglio religioso, p.es. nell’interesse per forme religiose orientali, e naturalmente meno che mai in quello per l’astrologia o per l’occultismo; e neppure per le icone o per il medioevo cattolico; si tratta, o almeno può trattarsi, dell’incorporazione delle religioni, in quanto «passato» dell’umanità» nel «museo dell’uomo». La «non-credenza» è l’estinzione lenta, graduale e senza accento tragico, del problema di Dio. Contrariamente a quel che Marx aveva pensato, la scomparsa del problema di Dio avverrebbe nel mondo borghese; in quello di una non prevista da lui «borghesia nuova», che ha rotto il compromesso cristiano-borghese del passato. La formula, talvolta pronunziata, ma più spesso vissuta senza consapevolezza chiara, dell’irreligione contemporanea è la seguente: «viviamo in un mondo nuovo, separato dal passato da una frattura radicale, in cui il problema di Dio non si incontra più». Ma quale forza, quale principio ideale ha rinnovato il mondo? La rivoluzione di Ottobre che magari avrà perduto la sua «spinta propulsiva», così da render necessario un processo di ringiovanimento, che la liberi da quegli aspetti che hanno portato a quel che comunemente vien detto «socialismo reale», o invece il progresso scientifico-tecnico? Siamo qui alla domanda fondamentale: dobbiamo dare la priorità al memento politico (filosofico-politico) o allo scientifico nella spiegazione della genesi dell’ateismo contemporaneo (o sociologico, in dipendenza dalle nuove condizioni sociali determinate dal progresso scientifico-tecnico)?
    Nel progressismo laico che oggi tiene l’egemonia culturale le due interpretazioni si compongono, con la prevalenza della scientifico-tecnica. Ci troviamo oggi nel pieno del processo di modernizzazione (nella svolta storica di una «modernità» pienamente dispiegata); nei paesi arretrati (in cui ancora domina l’impostazione d’origine teocratica) questo processo prende l’aspetto di «teocrazia rovesciata» (esempio l’URSS); nei paesi avanzati, di passaggio alla «società aperta»; ma il soggetto della storia presente è sempre segnato dall’equivalenza di modernizzazione-industrializzazione-secolarizzazione.
    Le civiltà tradizionali a cui la modernizzazione si opporrebbe vengono definite sul fondamento di una limitazione di beni pensata come non eliminabile; la persuasione della non eliminabilità porterebbe all’idea di una immutabilità della condizione umana, quindi di una miseria e di una situazione di dipendenza invincibili; dunque la proiezione in un al di là di una speranza che non può trovare soddisfazione quaggiù; quindi l’immutabilità conferita ai valori, il primato del passato (dell’autorità, dei doveri, del sacrificio, ecc.). Il progresso scientifico e tecnologico che caratterizza la società moderna rispetto alle tradizionali sostituisce al pensiero di norme eterne a cui è dovuta obbedienza quello di tecniche atte a un dominio sempre maggiore della realtà; così il futuro non sarà la ripetizione del passato, e in quanto acquisisce questo carattere di realtà altra e affatto nuova si sostituisce all’al di là. È visibile, in questa posizione del progressismo laico, il surrogato «feuerbachiano» alla rivoluzione marxista, surrogato che intende eliminare di questa gli aspetti teologici; risposta di una borghesia «nuova» (è inutile dire che qui il «nuovo» non ha, per chi scrive, alcun significato di preminenza di valore); di una borghesia che ha saputo rinnovarsi e acquisire, nella traduzione sociologica, la positività presente nello stesso marxismo.

     3. Ma il fatto curioso è che l’egemonia culturale del progressismo laico si estende a province largamente ampie del pensiero cattolico. Non è frequente, e soprattutto lo è stato negli anni passati, il dissenso sulla necessità di adeguare il cristianesimo alla «modernizzazione»., «demitizzandolo» (liberandolo dalle incarnazioni in forme culturali e pratiche di società ormai perenti; dai compromessi con la metafisica greca, ecc.)?
    L’anima del poco ricordato Augusto Comte potrebbe sentirsi soddisfatta (1). In quella cultura cattolica che conosce oggi la maggior diffusione avviene il fenomeno che egli aveva previsto del passaggio dal pensiero metafisico al pensiero sociologico. Di più, filosoficamente avrebbe ragione; isolata la fede dalla metafisica, parlare di una sua eutanasia diventa infatti necessario, checché certi teologi ne pensino. Nel passaggio all’età scientifica, il Dio cristiano è destinato a scomparire senza lasciar traccia, al modo delle divinità pagane.
    Il culto delle scienze umane (sociologia, psicologia), l’avversione alla metafisica, l’idea del recupero attraverso la separazione dalla metafisica greca (dalla mentalità platonica in genere) del cristianesimo autentico caratterizza quel cattolicesimo che si è detto postconciliare ed è a fondamento delle varie nuove teologie che è qui superfluo nominate. Manifestare la dipendenza di questa posizione da un’interpretazione del tempo presente è facile. Il suo punto di partenza, estremamente semplice, è questo: la Chiesa Cattolica, dalla Controriforma in poi, è stata il punto di riferimento della «resistenza al trascendimento storico», come oggi si usa dire, della reazione che deve, per potersi affermare, idealizzare periodi ormai sommersi della storia; quest’attitudine è stata così prevalente che ancora nel 1922 l’allora ancor giovane Maritain dava il titolo di Antimoderno a un suo libro programmatico a cui faceva seguire, l’anno successivo, in piena coerenza, l’altro sui Tre Riformatori (Lutero — Cartesio — Rousseau). In ciò la Chiesa Cattolica appariva come «peccatrice contro il mondo moderno», che aveva avversato in tutte le sue manifestazioni, dal liberalismo al socialismo, da Rousseau a Marx; pronta sempre al richiamo delle forze reazionarie, viste, in una prospettiva di utopia del passato, come vie verso la restaurazione della sacrale civiltà cattolica. La reazionaria filosofia della storia cattolica si era organizzata nell’Ottocento; per coerenza con essa, la Chiesa cattolica poteva restare insensibile al richiamo quando le forze reazionarie si unirono contro il «progresso nella democrazia», prendendo occasione dagli eccessi della rivoluzione sovietica? Né varrebbe opporre che non si confuse, allora, con la parte irrazionalistica esaltatrice della potenza e della durezza, della negazione della pietà, della compassione, perché avrebbe dimostrato di preferire la parte antidemocratica ancora al momento in cui era possibile la resistenza al successo di uno spirito reazionario destinato poi a realizzarsi nella forma più estrema (anche se imprevista) di barbarie irrazionalistica con il nazismo; epilogo coerente che la Chiesa avrebbe condannano, ma debolmente. Perché? Secondo questi nuovi teologi la ragione non può essere cercata in contingenti errori o in interessi di questo o quel rappresentante dell’alto clero. Ci sarebbe un errore più profondo che deve essere cercato in una tradizione culturale. I teologi e i moralisti cattolici tradizionali avevano parlato di verità e di valori assoluti, eterni, immutabili, e la scienza delle verità eterne era la metafisica, onde l’accordo, intoccabile, tra metafisica greca e cristianesimo. Chi lo metteva in discussione cadeva sotto i fulmini dellaPascendi e del giuramento antimodernista. Ora, l’immutabilità delle verità eterne serviva bene a coprire l’immutabilità dell’ordine cosmico; secondo una frase che ho sentito molte volte ripetere, le verità eterne offrivano il guanciale per il sonno del cristianesimo. Le «nuove» correnti del pensiero cattolico non si spiegano se non si pensa al contraccolpo non già della storia contemporanea, ma di una sua interpretazione; è da questo che si deve partire per intenderle, anche se si presentano ammantate di filologia biblica o sotto l’insegna del ripensamento heideggeriano dello stesso tomismo (non si tratta di discutere la grandezza filosofica di Heidegger; resta però il fatto che il suo pensiero viene adoperato per tutti gli usi).

    4. Ritorniamo un momento su quel che ho chiamato il «feuerbachismo occidentale». L’influenza di Feuerbach sul nuovo positivismo e sulla psicanalisi, in quanto pretende di essere filosofia, è nota. Penso si possa dire: l’esito del feuerbachismo in questo secolo è stato di dar luogo al dommatismo delle scienze umane, quasi ripetendo le vicende dell’aristotelismo nei riguardi delle scienze della natura. Rispetto all’ateismo che si richiama allo sviluppo delle scienze umane sembra che la sua critica sia facile. Nulla aggiunge infatti alla critica feuerbachiana. Il suo argomento si può riassumere cosi: l’uomo ha bisogno di Dio, dunque Dio non esiste; l’illusione di un’affermazione non verificabile sensibilmente si proverebbe mettendo in luce il bisogno che l’ha provocata. Ma in realtà è troppo facile osservare che, se dal desiderio che l’uomo ha dell’esistenza di Dio non si può ricavare la prova della ma esistenza, almeno altrettanto arbitrario è ricavare quella della sua non-esistenza. Pure, se si guarda meglio, questa risposta è insufficiente; non basta parlare dello scientismo come dell’hybris della scienza; se viene eliminata la dimensione metafisica, l’assolutizzazione della scienza, dunque il passaggio allo scientismo, è inevitabile è logicamente conseguente. In questa prospettiva per la fede non c’è più posto; non si vede come i dettati della Rivelazione possano inserirsi in un’anima che a essi è chiusa. Il processo progressivo di estinzione della religione non è reversibile.

    5. La connessione dunque tra il positivismo scientistico, nella varietà di posizioni in cui si è presentato negli ultimi decenni, e l’interpretazione democratico-illuministico-progressistico-laica della storia contemporanea è necessaria, con le conseguenze nel pensiero religioso che si sono dette, tra cui quella particolarmente curiosa per cui l’avversario essenziale, se non unico, dell’ala progressista dei cattolici diventa l’integrista cattolico, Ma ci si può domandare se i termini illuministici di progresso e di reazione servano a spiegare la storia di oggi; se al fondo del’interpretazione che si è detta non stia una sottovalutazione del marxismo filosofico, nonché della potenza della causalità ideale nella storia. Potrebbe darsi che, curiosamente, siano proprio i democratici laici a dover obbligatoriamente sottovalutare la potenza filosofica del marxismo, e altrettanto curiosamente, sia proprio il pensiero religioso a poter riconoscere la potenza del marxismo teorico e ad assegnargli il giusto posto nella storia della filosofia.
    La tesi di cui mi propongo di tracciare qui i primi lineamenti è la seguente: la rivoluzione mondiale e totale che era nel programma comunista non è in corso (come pensano i comunisti) e neanche è fallita (come pensano i vari assertori del «dio che è fallito»); si deve dire che è riuscita e fallita insieme. Riuscita perché, effettivamente, ha cangiato il mondo, determinando nell’Occidente stesso mutamenti intellettuali e morali di enorme portata; fallita perché ha concluso nella più gigantesca eterogenesi dei fini che mai si sia avuta nella storia.

    6. Secondo un giudizio che oggi prevale in Occidente non si potrebbe neppure parlare di una «filosofia» di Marx; ed è strano che, dope un ciclo, e in tanta dimenticanza dell’opera crociana, si ritorni a una tesi che già Croce, agli inizi del rinnovato interesse per il marxismo teorico, aveva pronunziato nel ‘37. La pretesa filosofia di Marx, dice oggi Colletti, sarebbe una miscela esplosiva, di straordinaria potenza, di pseudo-religione e. di pseudo-scienza, capace di conquistare, come ha fatto, il terzo del mondo, e che tuttavia si sottrae, per il suo carattere pratico e non teoretico, alla critica filosofica.
    Il mio parere è completamente diverso. Qual è il programma, soprattutto dopo la rivoluzione francese, del pensiero razionalistico-laico se non la liberazione dell’uomo dalla dipendenza, dipendenza anzitutto dal Dio creatore? Ora Marx è stato colui che ha pensato sino in fondo, sino alle conseguenze estreme, questa idea. Caratterizzare in questi termini la sua opera può apparire strano, perché sembra si possa osservare che il rifiuto di ogni dipendenza definisca piuttosto l’anarchismo, a cui Marx, idealmente, e poi i comunisti nella realtà pratica sono stati costantemente ed estremamente avversi, Non c’è che da pensare, per Marx, alla polemica contro Stirner che occupa gran parte della più ampia delle sue opere filosofiche, L’ideologia tedesca, poi a quella contro Proudhon, e soprattutto a quella contro Bakunin. Ma la critica marxista si riassume nell’asserzione che gli anarchici ignorino, o anzi vogliano ignorare, il corso storico e le sue leggi; così che l’intransigentismo di cui fanno sfoggio copra in realtà l’acquiescenza, il servilismo allo stato di fatto. Insomma, nell’anarchismo si avrebbe il massimo della dissociazione tra l’utopismo e il realismo politico e in ciò l’inverso del marxismo. Il fine del rifiuto della dipendenza, come anima dell’uno dell’altro pensiero, rimane identica. Vero è che la socialdemocrazia, nel periodo in cui si presentava come fedele all’ortodossia marxista o come revisionista, ma sempre nell’orizzonte del marxismo, accentuò all’estrema l’opposizione tra socialismo e anarchismo e interpretò il marxismo come «consiglio di prudenza ai rivoluzionari», secondo l’espressione di Rodolfo Mondolfo. Non è però davvero un caso che Lenin nello scritto che precede di un mese la rivoluzione di ottobre e di cui non bisogna perciò dimenticare mai non solo il carattere simbolico di preludio, ma anche quello di chiave interpretativa per il fenomeno politico che, del tutto imprevisto dalle democrazie occidentali, avrebbe preso il nome di comunismo, Stato e Rivoluzione, definisce il rapporto tra marxismo e anarchismo nei termini precisi che ha detto, e stabilisce in questo punto la differenza tra il pensiero rivoluzionario marxista e l’«opportunismo» socialdemocratico.
    Negare il carattere filosofico del marxismo mi pare impossibile, soprattutto qui in Italia. Perché è qui che abbiamo avuto il tentativo più rigoroso di vincere il marxismo, sino a espungerlo dalla storia della filosofia, entro una riforma della dialettica hegeliana, nell’opera di Benedetto Croce; ebbene, sul fatto che questo tentativo sia andato fallito l’accordo è oggi pressoché unanime; anche se la lezione di Croce conservi la sua importanza, proprio perché l’indagine mille ragioni del suo fallimento non è stata ancora adeguatamente condotta; che dovrebbe portare, a mio credere, al giudizio che una critica rigorosa del marxismo sul piano dell’immanentismo filosofico è impossibile. Negare quindi il carattere filosofico del marxismo si potrebbe solo alla condizione di espungere dalla storia della filosofia l’hegelismo stesso. Non posso fermarmi su questo punto nella forma che sarebbe necessaria, ma chi vuole intendere lo può.

    7. È piuttosto su due altri temi, scarsamente toccati nell’ordinaria letteratura sul marxismo, che penso di portare ora l’attenzione. Il primo, che non si può parlare dellafilosofia di Marx indipendentemente dalla rivoluzione a cui ha dato luogo (2). È quel che, del resto, lo stesso Marx richiede nella seconda delle Tesi su Feuerbach: «La questione se al pensiero umano spetti una verità oggettiva non è una questione teoretica, bensì una questione pratica. Nella prassi l’uomo deve trovare la verità, cioè la realtà, il potere, il carattere immanente del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non realtà del pensiero — isolata dalla prassi — è una questione meramentescolastica». Pure, il suo insegnamento è stato a questa riguardo generalmente disatteso; la più rapida scorsa all’enorme bibliografia che si è accumulata su Marx negli ultimi decenni mostra che gli studi; ad es., sulla filosofia del giovane Marx, o sui Grundrisse, siano stati staccati dalla realizzazione pratica, quasi rappresentassero un modello, a cui i politici si sarebbero più o meno adeguati, o che, più generalmente, avrebbero tradito; e poiché ogni ricercatore deve presentarsi come apportatore di qualcosa di nuovo, come scopritore del «vero» Marx, o qualcosa di simile, è avvenuto che il marxismo si è trasformato in una specie di fantasma che non si saprà quando avrà mai occasione di provarsi con la storia, o che forse avrà sempre il destino di essere tradito; e un’operazione simile è stata condotta da molti storici, che hanno staccato il pensiero «slavo» di Lenin da quello dell’«occidentale» Marx. Il rapporto tra il pensiero di Marx e l’azione del suoi discepoli fu visto come quello tra un modello, che poteva restare ideale (ed è vastissima la letteratura sul «modello ideale» rispetto al comunismo che si è realizzato), e la sua realizzazione. I criteri che valgono per lo studio, per es. di Platone (rispetto al valore delle cui idee politiche, come norme di giudizio per la società giusta, è del tutto indifferente la riuscita pratica) finiscono nell’uso accademico per essere usati anche per Marx. Isolato così il marxismo teorico diventava, e diventa, necessaria la ricerca della sua conciliazione con forme di cultura che si sono formate in completa indipendenza da esso; e così si ebbero i vari tentativi di accordarlo col giusnaturalismo, col neokantismo, col positivismo, con l’evoluzionismo e, più di recente, con l’esistenzialismo, con la psicanalisi e con lo strutturalismo. Tentativi rispetto a cui le reazioni di Lenin e di Gramsci, che vi videro forme di involuzione del marxismo nel pensiero borghese, sono indubbiamente valide.
    In verità, l’ultima, notissima, delle Tesi su Feuerbach, secondo cui «i filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo, ma si tratta di trasformarlo», dice già ladiversità, seguendo la quale deve essere studiata e valutata, della filosofia di Marx. La rivoluzione comunista, come fatto pratico, non può venire interpretata che a partire dalla filosofia di Marx; e, per converso, questa filosofia non può venire giudicata che a partire dalla realtà a cui ha dato origine.
    Certamente, mi si potrebbe opporre che la rivoluzione di ottobre e quel che l’ha seguita non corrispondono al pensiero rivoluzionario di Marx, anche se le loro guide si sono servite di una fraseologia marxista; e c’è una interpretazione che data già dall’inizio del sovietismo, e che periodicamente riaffiora, secondo cui il marxismo e il leninismo dovrebbero venire dissociati, perché le radici della cultura e dell’opera pratica di Lenin dovrebbero essere cercate nel populismo rivoluzionario russo, dal cui incontro il marxismo sarebbe uscito completamente trasfigurato. Penso invece si possa provare che la storia contemporanea, vista nella sua totalità, sia, insieme, la realizzazione del marxismo e la sua sconfitta. Con l’aggiunta che il marxismo non poteva realizzarsi che nel preciso modo in cui si è realizzato, così che si possa dire che la verifica pratica c’è stata e l’ha smentito.
    Siamo qui al problema del rapporto tra Marx e Lenin: se Lenin sia stato il vero marxista ortodosso, perché ha inteso l’essenzialità al marxismo della realizzazione, e della realizzazione in forma rivoluzionaria e non evolutiva oppure no. Ricordiamo quanto ha scritto Lukács nell’introduzione a Storia e coscienza di classe, sul finire del 1922: che il presupposto dell’opera politica di Lenin «è costituito in ultima analisi dalla sua profondità, grandezza e fecondità in quanto teorico. Questa influenza poggia sul fatto che egli ha portato l’essenza pratica del marxismo ad un grado di chiarezza e di concretezza mai raggiunto prima di lui, traendo questo momento dall’oblio quasi totale nel quale esso era caduto e rimettendo così ancora una volta nelle nostre mani, mediante questo atto teorico, la chiave per una giusta comprensione del metodo marxista» (e in forma simile si esprime anche Gramsci). Sulla traccia di Lukács direi che l’opera di Lenin serve a mettere in chiaro quell’ordine di antecedenza ideale del memento filosofico rispetto al rivoluzionario e l’economico (sebbene, naturalmente, i due momenti siano inscindibili).
    Consideriamo le frasi del Che fare? — lo scritto del 1903 da cui si suol datare l’inizio del leninismo — che suscitarono allora maggiore scandalo negli ambienti socialisti e che ancora oggi sono oggetto di controversia: «la coscienza politica di classe può essere portata all’operaio solo dall’esterno perché «con le sue sole forze la classe operaia è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradunionista», e «dal punto di vista della posizione sociale, i fondatori del socialismo scientifico contemporaneo, Marx ed Engels, erano degli “intellettuali borghesi”». Nonostante le proteste d’allora e il dissidio con Trockij, sono asserzioni che ricalcano un passato del Manifesto a cui non si dedica, normalmente, troppa attenzione: «infine, in tempi nei quali la lotta delle classi si avvicina at momento decisivo, il processo di disgregazione all’interno della classe dominante di tutta la vecchia società assume un carattere così violento e così aspro che una piccola parte della classe dominante si distacca da essa e si unisce alla classe rivoluzionaria, alla classe che tiene in mano l’avvenire. Quindi, come prima una parte della nobiltà era passata alla borghesia, così ora una parte della borghesiapassa al proletariato; e specialmente una parte degli ideologi borghesi che sono riusciti a giungere all’intelligenza teorica del movimento storico nel suo insieme». Certo, che la classe che ha avuto dalla storia il compito di attuare la redenzione universale non possa svolgerla che sotto la direzione di una cultura che le viene dall’esterno e, di più, da intellettuali che appartengono alla classe che deve evertere, può apparire singolare; né veramente mi pare che nella storia del marxismo sia mai stata data una risposta esauriente al problema delle eccezioni, per cui alcuni borghesi possono sottrarsi alla «falsa coscienza» di cui sono prigionieri in ragione della loro classe. Anche se è innegabile quel che Lenin sosteneva: la filosofia vera è immanente al proletariato soltanto in forma virtuale di conoscenza oscura e confusa, non foss’altro perché non può subire l’inquinamento che il pensiero borghese egemone della cultura gli trasmette; occorre, perché questa filosofia possa passare all’atto, l’azione di intellettuali che non siano però intellettuali comuni il cui sguardo non va oltre l’orizzonte della borghesia e che essa sceglie perciò come suoi cani da guardia. Dunque, intellettuali in possesso di una conoscenza superiore, che li rende capaci di intendere il processo della storia nella sua totalità; dunque, i nuovi gnostici, che, nei tempi moderni, hanno assunto la fisionomia dei «rivoluzionari di professione» (3). Eppure, come si è visto, Lenin continua Marx, e inoltre l’alternativa che egli pone è esatta: «o rivoluzione resa possibile soltanto da una coscienza di classe attribuita al proletariato dall’esterno, o un riformismo che rinuncia definitivamente alla rivoluzione».
    Però si apre, con questa tesi leninista, la via verso quello che suol venir detto «socialismo reale» attraverso una serie di anelli così saldamente legati che rompere la catena è impossibile. Nello sviluppo coerente che il leninismo ha percorso (e ci sarebbe da insistere su questa coerenza) a partire dalle tesi enunciate nel Che fare? si ha l’inversione del rapporto che il marxismo corrente stabiliva tra classe e partito. La linea intransigente del marxismo conserva l’idea della dittatura del proletariato, praticamente dimenticata dal marxismo revisionista, come necessaria per la transizione rivoluzionaria; la raffigurava come il primo esempio storico di una dittatura della maggioranza sulla minoranza, poiché la storia sino a oggi sarebbe stata la successione di una serie di dittature di minoranze su maggioranze. In conformità ai principi del leninismo si è realizzata invece come dittatura del partito (cioè di quella minoranza che è costituita dai rivoluzionari di professione) sul proletariato; che diventa così la materia a cui tale rivoluzionario (rispetto al quale non si insisterà mai abbastanza sulla dipendenza, come continuazione e trasformazione, del filosofo della storia ottocentesca, trasformato perché fatto interprete e creatore dell’avvenire) deve dar forma, o come lo strumento di cui si serve.
    È noto come sulla base del partito, ma in perfetta coerenza col processo di cui si è parlato sinora, si sia poi costituita nel tempo successivo alla lotta rivoluzionaria una nuova classe, tecno-burocratica, fondamentalmente diversa da quella dello strato dei burocrati in uno stato non comunista, perché quelli comunisti non hanno nessuno sopra di sé; e in ciò costituiscono una classe che accentra in sé tutto il potere, perché non trova limiti esterni proprio in ragione della collettivizzazione della proprietà; e che è più oppressiva di qualsiasi altra si sia affermata nella storia per ciò che non è fermata da limiti morali in qualsiasi arbitrio nei riguardi dei suoi sudditi; il miraggio della futura «società senza classi» servendo praticamente come giustificazione di qualsiasi mezzo, anche di quelli che consistono nella negazione di ogni significato e valore alla persona singola.
    Siamo ora in grado di intendere quel che sia il «socialismo reale»: è il modo in cui il marxismo che doveva cangiare la storia e creare un’umanità nuova, quanto a dire una superumanità (4) o una realtà «totalmente altra» (si sarebbe tentati di usare nel suo riguardo questo linguaggio dei teologi, se non ci fosse forse da domandarsi se nell’adozione teologica di questo linguaggio non si debba vedere un riflesso del pensiero rivoluzionario), è «rientrato nella storia»; alla condizione di infrangere l’unità tra il motivo utopistico e il realistico-politico, a beneficio del secondo.
    Il discorso sul comunismo sovietico e sulla presenza in esso di motivi provenienti dal populismo russo riconduce a quello del momento religioso del marxismo. Si deve vedere nel sovietismo la realizzazione del marxismo, o un momento invece della storia russa? Si sa quanto sia vasta la letteratura intesa a sostenere l’una o l’altra di queste tesi. Penso invece che non vi sia contraddizione nel riconoscere, insieme, che Lenin è stato il più coerente tra gli interpreti di Marx, e che la rivoluzione comunista non poteva riuscire che incontrandosi con la tradizione populistica russa. L’intervento in quella prima guerra mondiale a cui non si poteva in alcun modo assegnare un carattere religioso, almeno da parte di quella che allora veniva detta l’Intesa, aveva rappresentato per lo zarismo un giudizio di condanna a morte che pronunziava su se stesso; aveva infatti liquidato il suo sostegno essenziale che poggiava nella fede popolare nel primato russo per un’opera di redenzione del mondo. Ora, di questa fede si impadronì il leninismo, in termini di una religione rovesciata. È per questo tema del primato russo nella causa rivoluzionaria che Stalin si converte a Lenin; e si può dire contro di lui tutto quel che si vuole, ma non che non abbia operato la giuntura (forse oggi in crisi) tra tradizione russa e marxismo; o negare che senza la sua opera nessuno nel mondo si ricorderebbe più del marxismo. Se si deve ammettere che ci sono novità di Stalin rispetto a Lenin, questo riconoscimento deve però accompagnarsi con quello che non c’è nessun principio del leninismo che permetta di condannarlo; se rispetto alla misura degli orrori Stalin ha certo raggiunto livelli insuperabili, non bisogna dimenticare che il principio della legittimazione degli orrori era già stato affermato da Lenin.
    Attraverso dunque la mediazione del populismo russo il marxismo ha raggiunto la storia, ma nel senso della continuazione secolarizzata del zarismo. Tradimento della rivoluzione? Sì e no; rispetto alle intenzioni di Marx, certo, e questa incarnazione storica delle sue idee era indubbiamente l’ultima cosa che il suo spirito profetico gli permettesse in certo qual modo di prevedere. Ma pure bisogna riconoscere che questo tradimento, nel senso di rovesciamento delle intenzioni e previsioni originarie, non è addebitabile alle responsabilità degli uomini perché era, come si è visto, già contenuto nelle premesse; dalla filosofia di Marx al socialismo reale la continuità è rigorosa. Indubbiamente nulla permette di affermare che la rivoluzione marxista dovesse necessariamente avvenire; ma non poteva aver successo, come evento di significato cosmico, condizionante l’intera storia del nostro secolo, che nella forma che ha avuto (il Gulag avrebbe potuto essere memo duro che ai tempi di Stalin, ma il principio che intende legittimarlo non sussiste).
    Si obietterà: dire che c’è un processo necessario dal marxismo teorico al socialismo reale, e che esso si confonde con la continuazione secolarizzata dello zarismo conferma la tesi che il laicismo occidentale ha enunciato, anziché negarla; perché essa distingue con la maggiore nettezza il processo di «modernizzazione» dalla rivoluzione marxleninista, e il punto su cui verte la critica al marxismo è proprio quella di «teologia rovesciata». Le stesse critiche a punti parziali si riconducono, a ben guardare, a questa fondamentale.
    Andiamo adagio. È constatazione indiscutibile che i risultati di questa «modernizzazione» non appaiono affatto confortanti. Mi piace qui ricordare quanto ha scritto di recente in un suo bel libro, Il mondo contemporaneo (5), uno studioso di indirizzo laico, Ernesto Galli della Loggia. Con la diffusione del modello occidentale si è avuto il «più massiccio attacco alla tradizione che si sia mai visto…di questa vera e propria morte del passato, di questo inaridimento del lascito vitale della tradizione, hanno fatto nell’ultimo quarantennio larghissima e crescente prova le società occidentali... Sulla possibilità, per individui e masse siffatte, di affrontare un futuro carico di tutti gli interrogativi e di problemi che in queste pagine si è cercato di illustrare, e di non uscirne stritolati o definitivamente stravolti, probabilmente si gioca la sorte della civiltà di una parte del mondo, di quell’Occidente cioè, destinato in questo caso, come in tanti altri a cimentarsi in una difficile lotta con i frutti avvelenati delle sue stesse seminagioni».
    «Morte del passato», ossia quello che con una parola assunta oggi a gran moda vien detto «nichilismo» («devalorizzazione dei valori finora considerati come supremi» ossia «fine del mondo comune dei valori come sistema unitario di riferimento per le coscienze» o «pluralismo dei criteri morali»); le cause primarie della diffusione di questo fenomeno devono essere cercate nella diffusione che il pensiero marxista ha avuto nel secondo dopoguerra. La famosa «crisi dei valori» occidentale, di cui tanto da tanto tempo si parla, non ci sarebbe stata, o sarebbe stata comunque contenuta, senza la scossa del marxismo. Se esso non alimenta oggi più una fede rivoluzionaria, le negazioni filosofiche che ha pronunciato sono entrate nei giudizi correnti. Si pensi alla diffusione di parole come «alienazione» (che per altro designa un fenomeno reale; però diverso nella sua forma attuale da quello descritto dal marxismo), «mistificazione», «falsa coscienza», «smascheramento» o la stessa «realizzazione» o ad altre espressioni che se anche non coniate dal marxismo ortodosso rientrano nella sua scia, come «demitizzazione», «scuola del sospetto», «tecnica della diffidenza».

    8. Arriviamo così al secondo dei temi che mi ero proposto di trattare. Il laicismo occidentale si presenta oggi o come inveramento del marxismo teorico, o, ora più spesso, come una alternativa conseguente alla sua riduzione a ideologia atta a promuovere il processo di modernizzazione nei paesi sottosviluppati, come si è visto. Non è così: è un aspetto della sua decomposizione; di una decomposizione del marxismo teorico che è necessaria, e che è il suo esito storico.
    Non mi sembra si sia insistito sull’aspetto per cui il marxismo è, sotto ogni riguardo, la maggiore conciliazione di opposti che si sia avuta nella storia del pensiero. L’utopismo portato al massimo suo grado, si concilia, proprio per questo, con l’estremo realismo politico; la forma più radicale dell’ateismo con quella che potrebbe venir detta «l’ultima grande religione», non foss’altro per la sua capacità di diffusione, estesa ormai al dominio del terzo del mondo, paragonabile a quella che in passato ebbero il cristianesimo e l’islamismo; l’unità di materialismo e di dialettica, spinti anch’essi, l’uno e l’altra, a livello estremo.
    Utopismo portato alle conseguenze ultime; e non è un caso che a differenza degli utopisti consueti, Marx non indugi nella descrizione della società futura e si limiti genericamente a dirne i caratteri per via negativa; ciò perché la sua società futura è pensata come talmente altra rispetto all’esistente che cercare di descriverne i caratteri sarebbe cadere nella fantasticheria; dunque, non in ragione di un utopismo moderato, ma di un utopismo portato all’estremo. Gli utopisti precedenti potevano dilungarsi nella descrizione della società perfetta perché la raffiguravano come la realtà presente liberata dalle contraddizioni; per Marx invece sono le contraddizioni della realtà presente a generare la nuova società i cui caratteri non possono proprio per questo venir dati altrimenti che per via negativa. Transizione dal regno della necessità al regno della libertà è possibile soltanto attraverso una rivoluzione diversa da ogni altra, perché le rivoluzioni che si sono succedute nella storia intendevano sostituire il predominio di una classe all’altra, la marxista invece vuole l’abolizione delle classi; e l’inglobamento dei valori nell’unico valore della Rivoluzione non può non portare alla totale inclusione dell’etica nella politica; quell’inclusione che definisce pure la novità, rispetto a ogni altro precedente ordine politico, di quel che si suol chiamare totalitarismo; che ne è anzi la sola definizione precisa, e di cui già e soltanto nel pensiero di Marx si possono trovare le premesse teoriche obbligate.
    Trasposizione della fede dall’al di là all’al di qua, ma pur sempre fede; religione che abbandona e nega l’idea di Dio per portare all’estremo l’idea di liberazione (e probabilmente l’idea di secolarizzazione non si intende pienamente se non in riferimento alla trasposizione religiosa marxista); e in relazione a questo la permanenza trasposta di archetipi religiosi (funzione redentrice del proletariato, concepita sul modello religioso della Croce e della Resurrezione, ecc.).
    Aspetti, questi, dell’originario marxismo, richiamati da qualcuno dei suoi commentatori anche relativamente (molto relativamente) recenti (si pensi a Bloch). Ma che cosa è successivamente avvenuto nel processo della realizzazione? Il momento utopistico è scomparso, ed è rimasto quel realismo politico che si è espresso in quella novità che è il totalitarismo (altrimenti non definibile che per questa totale risoluzione dell’etica nella politica). Il momento religioso, che si confondeva con l’utopistico, in ragione della trasposizione che si è detta è parimenti scomparso (o sussiste soltanto nel suo aspetto clericale nel peggiore dei sensi che il termine può avere; come ritualismo, ormai del tutto dissociato dalla fede). Questo per i paesi comunisti.
    Nell’Occidente (e in questo si può parlare del superiore suo livello culturale) abbiamo la decomposizione del materialismo dialettico, anche se le forme di pensiero che hanno prevalso gli facciano scarso riferimento e preferiscano, in genere, parlarne con sufficienza, quasi fosse l’ideologia e la manualistica dello statalismo, o una versione deteriore del marxismo (ma il materialismo dialettico non appartiene soltanto ai manuali; e basti pensare a Lukács per trovarvi una formula non banalizzata). Guardiamo meglio, tuttavia; nel pensiero occidentale è avvenuto che il momento dialettico portato alle conseguenze estreme abbia soppresso il momento materialistico; e il momento materialistico, portato anch’esso alle conseguenze ultime, condotto all’eliminazione del momento dialettico.
    Abbiamo la forma dell’estensione estrema del momento dialettico in una filosofia che dominò l’Italia tra le due guerre, e di cui si suole oggi parlare con una sufficienza che non è giustificata: l’attualismo di Gentile. Si confronti infatti il giovanile libro gentiliano sulla filosofia di Marx con la riforma della dialettica hegeliana svolta negli anni successivi; non ci si può non accorgere che la continuità è netta; la riforma dell’hegelismo (dialettica del pensiero pensante sostituita alla dialettica del pensiero pensato) è la continuazione di quell’aspetto di verità che Gentile aveva ravvisato nel marxismo (la filosofia della prassi) e che, a suo giudizio — e dal punto di vista della coerenza logica aveva ragione — doveva esser separata dal materialismo. Non a caso la sua filosofia accompagnò sino alla morte quella che voleva essere la vera rivoluzione del nostro secolo, e che del marxismo negava il materialismo, il fascismo; e che in una visione transpolitica della storia contemporanea non può altrimenti venire definito che come un tentativo di rivoluzione dopo accolti i risultati di quella controversia italiana sul marxismo teorico (1895-1900) da cui prende inizio nella forma crociana e nella gentiliana, e nell’influenza di Sorel sul pensiero politico, il pensiero italiano del ‘900 (6). Cose lontane, si dirà, e quel che prevale oggi nel mondo occidentale è l’esatto rovescio di quel pensiero e di quella politica. Ma si consideri il materialismo presente delle scienze umane; si può negare che esso sia quel materialismo, di cui già parlava Marx, che intende render conto, a differenza dei materialismi antecedenti, o superante quella che veniva addotta come la loro non superabile difficoltà, del mondo umano? L’estensione del motivo materialistico del marxismo deve portare a un completo relativismo, che include anche il rifiuto della verità del marxismo.
    Dal punto di vista, però, di questa estensione completa del materialismo non si può parlare di una coscienza morale una e medesima per tutti; di valori che non siano modi con cui il soggetto si afferma, e ritorna così nelle democrazie quella volontà di potenza che si intendeva esorcizzare. Il materialismo occidentale coincide moralmente con l’egocentrismo totale, nel senso che tutto acquisisce significato soltanto per ciò che può diventare strumento per l’affermazione del singolo soggetto, nel senso egoistico; e che reciprocamente può sussistere soltanto in quanto utilizzato da altri. La comunicazione dell’unico con gli altri assume valore solo in quanto e nella misura in cui moltiplica le sue forze. In conseguenza della caduta della coscienza morale unica e medesima in tutti i soggetti si stabilisce un legame di forze che viene valutato dall’unico a seconda che lo potenzii o meno (7). Nichilismo, egocentrismo e materialismo fanno tutt’uno. Quella che si chiama democrazia occidentale tende a identificarsi, insomma, col dominio della forza, o della forma anarchica di questo dominio; né si può dire che Marx non avesse visto giusto nel caratterizzare l’esito della società borghese, ma si tratta di una società che il marxismo non è in grado di evertere; che ha contribuito, anzi, nella maniera decisiva che si è visto, a stabilire le condizioni perché si sviluppasse nel grado più alto.
    C’è percezione diffusa di questo? Era corrente sino a non molto tempo fa il termine di neoilluminismo come linea di pensiero e di pratica che conservasse, oltrepassandola, la positività del marxismo (8); il suo uso è pressoché scomparso, dato che le ragioni di un ottimismo progressista sono oggi venute meno.

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    È celebre la frase di Marx nella giovanile Critica della Filosofia del Diritto di Hegel. Introduzione: «La filosofia non può realizzarsi senza l’eliminazione del proletariato, il proletariato non può eliminarsi senza la realizzazione della filosofia», in cui la rivoluzione è vista come realizzazione della filosofia. Ora, dal discorso che finora si è condotto, risulta che questa filosofia si è realizzata. Ma che cosa vuol dire questo se non che il nostro tempo non può venir «pensato» se non si ammette una priorità dellacausalità ideale? Normalmente si attribuisce al marxismo il merito di aver riconosciuto l’importanza della causalità materiale (9); quel che invece ha agito è una filosofia di Marx che non si può spiegare attraverso il materialismo storico. Applicare il materialismo storico alla spiegazione del marxismo è infatti rilevare il parallelismo, ad es., tra lo sviluppo della borghesia e quello dell’empirismo inglese; si può perfino tentare di spiegare la filosofia di Cartesio con Cartesio uomo del terzo stato. Ma non si può spiegare il pensiero di Marx col «proletario Marx» anziché, dal punto di vista logico, con Marx filosofo hegeliano che intende spingere alle conseguenze estreme la dottrina del maestro, ed è perciò costretto a rovesciarla; e se a tutti i costi si vuol passare al punto di vista della «storia segreta», con una ripresa del profetismo ebraico interamente laicizzato dopo l’hegelismo. E, di fatto, come si è visto dall’esempio del Che fare?, gli scrittori marxisti ragionano come se la filosofia di Marx e quel che nella filosofia classica tedesca la condiziona fossero esenti dal «peccato originale» del condizionamento storico; come se quella zona della storia della filosofia formi una specie di storia sacra in cui il pensiero di Hegel è l’Antico e quello di Marx il Nuovo Testamento. E non è certo un caso che in Occidente la rinascita del marxismo abbia avuto costantemente, così nei vent’anni tra le due guerre come nel secondo dopoguerra, il punto di riferimento nel pensiero filosofico piuttosto che nell’economico, quasi che obbedisse al celebre articolo di Gramsci, scritto per salutare la rivoluzione di ottobre, in data 24 novembre 1917, La rivoluzione contro il Capitale.
    Realmente nella storia contemporanea noi troviamo una razionalità senza riscontro; è veramente il dispiegarsi e l’autoconfutazione di un sistema filosofico «diverso» in quanto si presenta, caso senza precedenti nella storia del pensiero, come filosofia ante factum.
    Questo sistema ha il suo principio nell’ateismo radicale (10) e ne contiene la definizione come «rifiuto della dipendenza» e nell’asserzione che il senso religioso politico e sociale di questa liberazione sono inscindibili: «Questo Stato, questa società producono la religione, una coscienza capovolta del mondo, proprio perche essi sono un mondo capovolto... La lotta contro la religione è quindi, indirettamente, la leva contra quel mondo del quale la religione è l’aroma spirituale. È innanzitutto compito della filosofia operante al servizio della storia di smascherare l’autoalienazione dell’uomo nelle sue forme profane, dopo che la forma sacra dell’autoalienazione umana è stata scoperta. La critica del cielo si trasforma così in una critica della terra, la critica della religione nella critica del diritto, la critica della teologia nella critica della politica» (da La Critica della Filosofia del Diritto di Hegel. Introduzione). Ove si può osservare che, nel caso dell’ateismo, la tesi che vede nelle filosofie la maschera della volontà di potenza trova una conferma impressionante. Aggiungendo che la liberazione dalla dipendenza è stata la ricerca, particolarmente sensibile nell’Ottocento, di ogni forma di immanentismo filosofico, e che contro l’immanentismo idealistico (dell’immanenza di Dio nell’uomo) Marx ha ragione; e che ad attestarlo non c’è esempio migliore di quel che è avvenuto in Italia, nella forma del cedimento della cultura idealistica alla marxistica. E che, vichianamente, si può scorgere il manifestarsi della Provvidenza in quella gigantesca eterogenesi dei cui è andato incontro il perseguimento della «città senza Dio».
    Parlare di interpretazione transpolitica, o filosofica, della storia contemporanea, o dire che l’epoca contemporanea è quella dell’espansione dell’ateismo è dunque dire la stessa cosa. Dire che il problema di Dio, anziché volgere alla sua scomparsa, si ripropone oggi a partire dalla politica, è prendere atto della sua autoconfutazione.

Augusto Del Noce
    (1) Per le analogie di pensiero tra Comte e Feuerbach cfr. il saggio dedicato a Comte dal card. Henri de Lubac in Le drame de l’humanisme athée, Paris 1945 (tr. it. Il dramma dell’umanesimo ateo, Jaca Book, Milano); nonché, per la scomparsa dell’idea di Dio in Comte, la classica opera di Henri Gouhier, La jeunesse de Auguste Comte et la formatione du positivisme, Paris 1933-41.

    (2) Avevo già insistito su questa impossibilità nel mio saggio del’ 46, La non-filosofia di Marx e il comunismo come realtà politica (successivamente ripubblicato in Il problema dell’ateismo, Il Mulino, Bologna 1964) ove col termine di non-filosofia intendevo alludere alla «diversità» del marxismo dalle altre filosofie. Ma ho dovuto attendere fino ad oggi perché la verità — in completa indipendenza da quel mio saggio, ma proprio qui sta il carattere più positivo della conferma — di quel che avevo scritto venisse riconosciuta. Alludo al saggio di Vittorio Strada, Marxismo e post-marxismo, in Storia del marxismo, vol. IV, Einaudi, Torino 1982, ove tra l’altro viene detto che «gli infiniti esercizi di lettura di Marx» continuamente ripetuti dalla cultura accademica occidentale, anche se filologicamente corretti, «tolgono a Marx quella che è l’essenza più vera e più viva e non c’è bisogno di essere leninisti per riconoscere che Lenin, in questo senso, è stato più marxista di qualunque interprete, anche filologicamente corretto, dei testi del Marx giovane e del Marx vecchio: Lenin è colui che ha fatto del marxismo un evento cosmico-storico, e Stalin, in questo senso […] è stato un suo fedele allievo». (p. 110). E a quello di Lucio Colletti su L’Espresso, 27 febbraio 1983, per cui «Lenin è colui che ha compreso l’essenzialità che rivestiva per il marxismo il momento della realizzazione, [...] che ne ha portato a compimento la vocazione essenziale». (p. 69).
    Per intendere invece quanto sia diffuso il punto di vista opposto, per cui conviene staccare la considerazione del marxismo teorico dalla sua realizzazione comunista, prendo ad esempio quella che probabilmente resta la più complessiva opera dedicata al pensiero marxista di un autore cattolico, La pensée de Karl Marx (Ed. du Seuil, Paris 1956) di P. Jean- ves Calvez S.J., estremamente informato e filosoficamente penetrante. Scrive il Calvez: «… i critici non marxisti hanno di più in più indirizzato esclusivamente i loro attacchi al solo comunismo ortodosso, forma dottrinale evoluta del pensiero di Marx. Ora il comunismo, leninista e staliniano, non può avere ricevuto, nel corso dei decenni, degli apporti estranei al pensiero di Marx propriamente detto... (dopo la pubblicazione, nel 1931, delle opere giovanili inedite) si assiste a un’importante riconsiderazione del pensiero marxista; la riflessione sul marxismo prende dimensioni nuove e la critica si volge più esplicitamente di prima all’esame del pensiero di Marx quale appare nei suoi propri scritti» (p. 562, sottolineatura nel testo). È stato il criterio generalmente seguito in anni successivi dagli studiosi, così cattolici come laici, come marxisti».

    (3) Effettivamente chi parla di «religione» rispetto al marxismo deve avvertire che con l’opera di Marx si riapre nell’Ottocento un conflitto tra la religiosità di tipo gnostico e la religiosità cristiana; certamente si tratta di una gnosi del tutto nuova, e sarebbe vano cercare una prefigurazione di tesi premarxiste nei testi gnostici, ed estremamente difficile e problematica la ricerca di un filo rosso della tradizione gnostica che porterebbe a concludere in Marx. Per limitata che sia, l’analogia si rivela però di grande importanza per quel che riguarda l’idea gnostica essenziale; dei due mondi, ognuno dei quali ha il suo Dio, e del vero Dio che è il Dio del mondo «nuovo», di là da venire, del tutto contrario al mondo presente in cui l’uomo vive come «straniero». È innegabile che il «futuro», o l’«avvenire» dei rivoluzionari siano la traduzione moderna, postcristiana, del «vero» Dio degli gnostici Come documento rigoroso dello gnosticismo soggiacente al marxismo ha grande importanza l’opera di Ernest Bloch; il suo libro di sintesi Ateismo nel cristianesimo (1968, trad. it., Feltrinelli, Milano 1971) è estremamente interessante per documentare come questo autore, quando parla del cristianesimo, lo faccia costantemente rientrare nello gnosticismo. Nonché per il rapporto strettissimo che egli pone tra Hegel e Marx; effettivamente il tema estremamente importante, e non ancora sufficientemente approfondito, benché fosse già state segnalato nei primi decenni dell’Ottocento, come Hegel, nel suo tentativo di risolvere il cristianesimo in filosofia, avesse incontrato la gnosi. A questo punto si possono enunciare due tesi: chi connette strettamente Hegel con Man è costretto, lo dichiari o no, a presentare un’interpretazione di tipo gnostico del marxismo; chi, all’opposto, intende scindere Marx da Hegel, si trova indotto, se vuole pensare questa separazione sino in fondo, ad abbandonare il marxismo. La ricerca, qui in Italia, della scuola dellavolpiana intesa a differenziare all’estremo Marx da Hegel (dominata in ciò dalla preoccupazione di sottrarre il marxismo nel riguardo della critica, che è insieme continuazione, operata da Gentile) è esemplare a questo riguardo per il suo esito, che avviene nel coerente abbandono del marxismo operato da Lucio Colletti. Il carattere gnostico del tipo del rivoluzionario di professione a cui tocca funzione di guida perché ha la conoscenza del processo della storia nella sua totalità è indiscutibile. Cfr. al riguardo il libro di L. Pellicani, I rivoluzionari di professione. Teoria e prassi dello gnosticismo moderno, Vallecchi, Firenze 1974.

    (4) Sulla presenza, non accidentale, ma condizionante, dell’idea della superumanità (circolante del resto in tutto l’Occidente, e sovente combinantesi col mito di Prometeo) nel marxismo, ha spesso insistito chi sinora è andato più a fondo nel sue carattere gnostico, Eric Voegelin. Per il prometeismo di Marx si ricordi quanto scrive nella sua dissertazione giovanile su Democrito ed Epicuro: «Prometeo è il più grande Santo e martire del calendario filosofico».

    (5) Il Mulino, Bologna 1982, pp. 410-414.

    (6) È questo carattere a render conto dell’enorme differenza che intercorre tra il fascismo e il nazismo, anch’esso subalterno al marxismo, ma in senso affatto diverso. Il primo aspetto su cui infatti deve rivolgere l’attenzione chi voglia intenderne la natura sta nel suo essere l’esatto contrario del comunismo; nel senso che ne riproduce rovesciati, con completa simmetria, i caratteri, cosa che non si può dire di alcun altro movimento anticomunista, e tanto memo del fascismo. Tutto avviene nel nazismo come se criterio di verità fosse la sostituzione di una categoria comunista con l’esattamente contraria, tale però sempre nello stesso orizzonte materialistico del marxismo. Così alla classe viene sostituita la razza; alla dimensione del futuro propria del marxismo si oppone il richiamo nazista alla dimensione del passato; alla laicizzata escatologia marxista che pone la società perfetta alla fine dei tempi corrisponde il mito nazista che la pone prima della storia; l’«uomo nuovo», la cui formazione il nazismo aveva di mira, avrebbe dovuto corrispondere al tipo arcaico, mai finora realizzato nella sua purezza, dell’ariano. Allo storicismo marxista si oppone il più completo naturalismo; e questa antitesi è capace di farci intendere nel suo significato pieno la stessa opposizione di classe e di razza. All’idea di rivoluzione si oppone quella di guerra, come guerra assoluta; guerra che risolve in sé l’etica, e che perciò non può presentarsi che come guerra di sterminio, rinunciando a ogni maschera di «liberazione». Resta che fascismo e nazismo non si spiegano che in relazione al comunismo, piuttosto che come continuazione di precedenti tradizioni italiana e tedesca. Per uno svolgimento più ampio su queste interpretazione del nazismo cfr. il mio art. su Il Sabato, 26 marzo 1983.

    (7) In questo senso si deve parlare di un’attualità di Stirner per definire il presente nichilismo occidentale, soprattutto se di pensa che esso si caratterizza per il rifiuto assoluto del sacrificio; cfr. il mio scritto L’interpretazione transpolitica della storia contemporanea, Guida, Napoli 1982, pp. 22-25. Nel saggio Apologia del nichilismo contenuto nel volume Problemi del nichilismo (Shakespeare and Company, 1981) Gianni Vattimo scrive: «Per capire adeguatamente la definizione heideggeriana del nichilismo e vederne l’affinità con quella di Nietzsche, dobbiamo attribuire al termine valore, che riduce a sé l’essere, l’accezione rigorosa di valore di scambio. Il nichilismo, così, è la riduzione dell’essere a valore di scambio». (p. 116). Sulla definizione posso concordare, ma non riesco a intendere come il nichilismo, così definito, possa esser oggetto di apologia.

    (8) Per uno sguardo rapido ma preciso sul neoilluminismo italiano cfr. il Profilo ideologico del Novecento di Norberto Bobbio nella «Storia della letteratura italiana Garzanti», 1969, soprattutto alle pp. 219 sgg., e, in generale, le opere di questo autore.

    (9) Così, ad es,, Maritain in Humanisme integral (tr. it. Umanesimo integrale), p. 52 sgg., e soprattutto, in una formulazione più rigorosa, La philosophie morale, Gallimard, Paris 1961, pp. 264-65. Non ho nulla da eccepire a quel che Maritain dice, e trovo anzi grandemente stimolante soprattutto quel che scrive nella seconda opera, ma resta che il materialismo marxista e la sua azione storica non si spiegano con la «causalità materiale».

    (10) Anche qui concorde con Vittorio Strada che, parlando nel saggio cit. delle fonti del marxismo, afferma che la prima «le cui acque si confondono con le altre tre e anzi le convogliano lungo un alveo da essa tracciato» (le altre tre, ricordate da Lenin in un celebre scritto, sono la filosofia classica tedesca, l’economia politica inglese e il socialismo francese) è «di natura religiosa (nel senso di una contro-religione rispetto al cristianesimo) e costituisce il nucleo esoterico del marxismo di Marx e di quello a lui successivo, un nucleo che si manifesta pio, nella “costruzione di Dio” di Lunačarskij e Gor’kij o, in diverso modo, in Ernst Bloch, e anche nello stesso ateismo militante (e fanatico di Lenin e dei suoi successori) ma che costituisce sempre l’elemento connettivo originale del marxismo» (p. 99). Tutto il saggio verte sulla dimostrazione che il comunismo, come si è realizzato, obbedisce a questa prima fonte.