Questo è il blog del prof. FabioTar che ivi raccoglie materiale didattico, pensieri sparsi e meditabondazioni.
14 luglio 2009
29 giugno 2009
Quando la scienza racconta le verità di 2mila anni di fede
Appariva dunque corrispondente al vero quanto affermato durante il pontificato di Papa Zefirino (199-217) dal prete romano Gaio, il quale, rivolgendosi a Proclo, seguace dell’eresia montanista, aveva scritto: «Se vorrai venire in Vaticano e sulla via Ostiense, potrai vedere i trofei (cioè le tombe, ndr) di coloro, che hanno fondato questa Chiesa», vale a dire di Pietro e Paolo. Le ricerche, continuate dall’archeologa Margherita Guarducci, portarono al ritrovamento di un’edicola funeraria appoggiata a un muro contemporaneo, risalente circa all’anno 150, prezioso per i numerosi graffiti sovrapposti, che la studiosa decifra. Tutti contengono invocazioni a Pietro al quale sono uniti talvolta i nomi di Cristo e di Maria. Fondamentale è uno di questi graffiti, risalente al 160, nel quale si legge in greco la scritta «Petros enì», «Pietro è qui dentro». La professoressa Guarducci ritrova in una cassetta, nei locali delle Grotte vaticane, le ossa che erano state raccolte nel loculo identificato come la tomba di Pietro. Le ossa, dopo essere state analizzate, risultano appartenenti a un solo uomo, di corporatura robusta, morto in età avanzata. Erano incrostate di terra e mostravano di essere state avvolte in un panno di lana colorato di porpora e intessuto d’oro, una sepoltura particolarmente preziosa. Rappresentano frammenti di tutte le ossa del corpo a esclusione del sia pur minimo frammento di quelle dei piedi. Un particolare significativo, che richiama alla mente la circostanza della crocifissione a testa in giù e gli esiti che provocava, vale a dire il distacco dei piedi, a causa della prolungata esposizione del corpo che veniva lasciato esposto sul luogo del supplizio.
Così, il 26 giugno 1968, Papa Montini annuncia: «Nuove indagini pazientissime e accuratissime furono in seguito eseguite con risultato che noi, confortati dal giudizio di valenti e prudenti persone competenti, crediamo positivo: anche le reliquie di San Pietro sono state identificate in modo che possiamo ritenere convincente».
Il ritrovamento e l’identificazione delle ossa di Pietro e oggi di quelle di Paolo, confermano il dato della tradizione e attestano il fondamento apostolico della Chiesa di Roma. Il pescatore di Galilea al quale Gesù secondo il racconto evangelico affidò la sua Chiesa, e l’Apostolo delle Genti, viaggiatore e predicatore instancabile, nonché «cantore della Grazia», evangelizzatore dell’Asia Minore e della Grecia e autore delle famose epistole, ritenute i più antichi documenti scritti contenenti il messaggio salvifico cristiano, sono stati dunque martirizzati entrambi a Roma, allora capitale del mondo, sotto Nerone, nell’anno 67.
È interessante notare che negli ultimi cento anni, numerosissime scoperte archeologiche hanno confermato molte delle pagine scritte dai quattro evangelisti, che nel I secolo misero nero su bianco il racconto della vita e le testimonianze riguardati Gesù di Nazaret, la sua morte e la sua resurrezione. Non c’è stata una scoperta scientifica, un ritrovamento archeologico, che abbia smentito neanche un versetto del Vangelo. Dal ritrovamento della lapide a Cesarea Marittima contenente il nome di Ponzio Pilato, il prefetto di Giudea che fece crocifiggere Gesù come richiestogli dal sinedrio agli scavi portati avanti con tenacia e passione dai francescani in Terrasanta, che hanno portato alla luce le tracce della casa di Maria a Nazaret e della casa di Pietro a Cafarnao, entrambe oggetto di devozione antichissima, risalente ai primi secoli di storia cristiana. Il cristianesimo non è una filosofia, un insieme di riti o una summa di regole morali, ma un avvenimento accaduto nella storia.
Sonda nella tomba di S.Paolo:
trovati i resti dell'apostolo
L'annuncio del Papa dopo la ricognizione nel sarcofago sotto l'omonima basilica romana: «Profonda emozione»
ROMA - Il Papa non ha nascosto la sua «profonda emozione» nel fare un annuncio che rappresenta a suo modo una tappa miliare nella storia della Chiesa: è stata fatta la prima ricognizione, attraverso una sonda, nella tomba di San Paolo, sotto l'omonima basilica romana. Le analisi e i reperti trovati, frammenti d'ossa, grani d'incenso, un lino laminato d'oro, hanno confermato - ha proclamato Ratzinger - la tradizione religiosa di quasi 20 secoli, secondo cui, proprio in quel sarcofago, vengono venerati i resti dell'apostolo delle genti. Il sarcofago di San Paolo sul luogo della tomba dell'apostolo nella Basilica di San Paolo fuori le mura in una foto d'archivio (Ansa)
L'«ATTENTA» ANALISI NELL'ANNO PAOLINO - L'Anno Paolino, dedicato al bimillenario della nascita di Paolo di Tarso, non poteva concludersi oggi in modo più degno. La Chiesa cattolica aveva effettuato scavi e ricerche per individuare con certezza la tomba di Pietro, cardine della stessa fede cattolica e del primato del vescovo di Roma; attorno al sarcofago di Paolo e di che cosa contenesse, era sempre rimasto invece un alone di incertezza. Nella Basilica romana dedicata all'apostolo delle genti, durante una cerimonia ecumenica a cui ha preso parte anche una delegazione ortodossa da Costantinopoli (Istanbul), Benedetto XVI ha spiegato la recente e «attenta» analisi scientifica. «Nel sarcofago che non è mai stato aperto in tanti secoli - ha raccontato il pontefice - è stata praticata una piccolissima perforazione per produrre una speciale sonda mediante la quale sono state rilevate tracce di un prezioso tessuto di lino colorato di porpora, laminato di oro zecchino e di un tessuto di colore azzurro con filamenti di lino. È stata anche rilevata la presenza di grani di incenso rosso e di sostanze proteiche e calcaree».
L'ESAME DEL CARBONIO 14 - «Inoltre - ha proseguito - piccolissimi frammenti ossei , sottoposti all'esame del carbonio 14 da parte di esperti ignari della loro provenienza sono risultati appartenere a persona vissuta tra il primo e il secondo secolo». «Ciò - ha concluso - sembra confermare l'unanime e incontrastata tradizione che si tratti dei resti mortali dell'apostolo Paolo. Tutto questo riempie il nostro animo di profonda emozione». Al suo fianco, l'arciprete della Basilica, il card. Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, che solo due giorni fa, in una conferenza stampa in Vaticano, si era limitato ad accennare a progetti futuri di ricognizione.
Gli Atti degli Apostoli narrano che Paolo fu catturato, su accusa dei giudei del Tempio, verso la fine degli anni 50 a Gerusalemme, dove si era recato per celebrare la Pentecoste insieme ai cristiani locali. In quanto cittadino romano, chiese di essere giudicato a Roma, dove arrivò nel 60-62, dopo essere stato per anni agli arresti domiciliari a Cesarea Marittima e al termine di un viaggio rocambolesco, con tanto di naufragio a Malta. San Paolo fu probabilmente liberato e poi arrestato nuovamente: il suo martirio avvenne per decapitazione, come si usava con i cittadini romani, verso il 66-67 sulla via Laurentina, in un posto chiamato allora 'le tre tavernè e divenuto oggi 'le tre fontanè. La sepoltura fu fatta sulla via Ostiense, dove sorge la Basilica di San Paolo Fuori le Mura. Già dal secondo secolo d. C., si pregava sulla tomba di Paolo, come attesta il racconto di un presbitero dell'epoca, tal Giaio. Da allora la venerazione è proseguita nei secoli, fino ai giorni nostri. Certo, manca la possibilità di effettuare prove scientifiche moderne come la prova del Dna, ma le analisi rivelate oggi dal papa offrono un'importante conferma alla tradizione religiosa. Il Papa celebra i primi vespri della festa di san Pietro e Paolo Roma nella Basilica di san Paolo fuori le mura (Barbara Andolfi)
04 giugno 2009
La testimonianza della fede come viatico all’educazione
Evangelizzazione e scelte di vita
di Michele Giulio Masciarelli
Tratto da Avvenire [1] del 3 giugno 2009
I vescovi italiani hanno affrontato, nella loro annuale assemblea generale di maggio, il tema dell’educazione che sarà la traccia pastorale del prossimo decennio.
La domanda che viene da porsi è questa: la scelta educativa è un’interruzione dell’evangelizzazione e della nuova evangelizzazione? In altri termini: si cambia tema? A questa domanda occorre rispondere perché non è di poca importanza sapere se educare è cosa diversa dall’evangelizzare, per cui, se lo fosse, significherebbe uscire dal grande solco tracciato da Papa Paolo VI, con la Evangelii nuntiandi (8. 12. 1975), che è stata sapientissima matrice delle scelte magisteriali di molti episcopati, fra i quali quello italiano. A questa domanda si risponde certamente che educare non coincide con l’evangelizzazione, tuttavia educare serve all’evangelizzare e questo lo richiede come importante mediazione. Un disincontro tra evangelizzazione ed educazione sarebbe oltremodo deleterio. Si dà, di fatto, però che l’educazione cristiana non può non incontrare i vari servizi della Parola: agisce infatti nella loro stessa direzione, che è quella di formare l’uomo e il cristiano, di farlo crescere in tutte quelle dimensioni creazionali, carismatiche e vocazionali delle quali il Dio trinitario ha dotato ogni sua creatura. Così, l’opera educativa, che risponde a principi di ragione e di sapienza umana, incontra l’esperienza credente al fine di fecondarla e di restarne fecondata. Benedetto XVI a Verona ha posto in evidenza il rapporto stretto e necessario che intercorre tra la testimonianza della fede e l’esperienza educativa: «Perché l’esperienza della fede e dell’amore cristiano sia accolta e vissuta e si trasmetta da una generazione all’altra, - ha affermato - una questione fondamentale e decisiva è quella dell’educazione della persona». L’affermazione è assai netta e se ne scorge la dirompenza se la si verifica col metodo del rovescio: se non si educa la persona, l’esperienza cristiana, intessuta di amore credente e di fede amante, non ha modo di passare e di attecchire, perché questa esperienza non avrebbe il soggetto adatto per essere ricevuta, accolta e praticata. In altri termini, Papa Benedetto afferma che per credere e amare occorre un soggetto personale coltivato, perché, in fondo, la fede e l’amore sono affermazioni vuote se non s’incarnano in soggetti che credono e amano: esistono i credenti e non la fede, le creature che amano in Dio e per Dio e non l’amore. Ma che cosa è allora per il cristianesimo la persona e in particolare la persona formata? L’uomo per il cristianesimo porta lo stesso nome di Dio: persone sono anzitutto il Padre, il Figlio e lo Spirito, ma in modo analogo lo è anche l’uomo. Il discorso educativo evoca la grandezza dell’opera del Creatore e degli altissimi fini da lui dati all’uomo, che sono stati pensati e creati per mezzo di Cristo e in vista di lui (cfr. Ef 1; Col 1). In concreto, la persona per un cristiano la si vede al massimo del suo fulgore in Gesù. Se nella Prima Alleanza la verità dell’uomo consiste nell’essere fatto, in modo privilegiato, a immagine di Dio, nella Seconda Alleanza la stessa verità dell’uomo è realizzata nel Figlio di Dio, che incarnandosi, si pone come specchio dell’uomo, sua icona fino alla fine, quando, per questo, sarà il suo Giudice (cfr. Mt 25). Ma se un uomo è persona perché ha (in modo solo partecipato, ovviamente) le stesse caratteristiche di Cristo, ne segue che solo quest’uomo dovrà conformarsi a lui: allora diventerà davvero uomo e svilupperà la sua identità filiale. Questo lo fa il Cristo, che è il vero pedagogo, sostiene Clemente Alessandrino: egli è per l’uomo maestro di verità, il Logos, colui che indica la via della redenzione, concretizzando con l’esempio un ideale da vivere esemplato sulla sua esistenza. Il cristianesimo, pensando l’uomo in tal modo, dovrà concepire un’educazione consequenziale, che serva la persona e la prepari a ricevere l’annuncio evangelico. La persona è interiorità, profondità spirituale: l’atto educativo dovrà spingersi dentro l’uomo, in interiore homine. Nelle Confessioni e nei Soliloquia sant’Agostino approfondisce in modo ampio la sua visione dell’interiorità, mentre nel De Magistro, opera dal chiaro contenuto pedagogico, egli dimostra che l’educazione cristiana è l’occasione fondamentale per consentire all’uomo di scavare nell’anima e in questa rinvenire, attraverso la luce di Dio, la traccia del divino. Il Cristo e lo Spirito sono i due Maestri dell’uomo, ma essi l’opera educativa della persona, come preparatio evangelica, la fanno compiere agli uomini con l’atto mediativo dell’educazione. Appare bene così che il punto d’incontro fra l’educare e l’evangelizzare è proprio l’uomo, concepito nella sua identità squisitamente personale. «L’annuncio del Vangelo – ha detto sempre Benedetto XVI a Verona – è strettamente connesso all’educazione della persona. La semplice 'notizia' cristiana non basta da sola a realizzare l’annuncio del Vangelo di Gesù e a realizzare quell’annuncio in modo che appaia alla coscienza del singolo come una parola che lo interpella e che chiede da lui un nuovo orientamento di vita: la profezia evangelica va mediata con l’atto educativo». Occorre operare per allontanare il sospetto che la mediazione educativa possa distruggere la profezia evangelica perché la stessa educazione ha natura profetica. Don Lorenzo Milani diceva che «il maestro – noi diremmo l’educatore – deve essere, per quanto può, un profeta, scrutare i ’segni dei tempi’, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso».
25 maggio 2009
Galileo Occasione fallita o proficua lezione?
La condanna di Galileo non poteva accadere in un momento meno propizio: le ultime due generazioni avevano di fatto assistito ad una rivoluzione culturale senza precedenti, di cui la Chiesa cattolica era stata il promotore e il diffusore.
Nel 1582 il papato aveva proposto al mondo la riforma del calendario: era stata così dimostrata la perizia degli astronomi cattolici. Il calendario gregoriano (da papa Gregorio XIII) era opera della stupenda ricerca matematica accolta e sviluppata dalla Chiesa, soprattutto dai padri gesuiti del Collegio romano. Rimane come un monumento permanente della Controriforma cattolica. Gli interlocutori incontrati da Galileo a Roma – che l’avevano festeggiato con molti onori – erano convinti di avere ammaestrato il tempo: avevano dotato il mondo di un calendario 'perpetuo', con la più esatta (e quasi perfetta) misura del tempo. Le potenze protestanti avevano respinto una tale riforma, che rendeva manifesto ai loro occhi quanto la Roma papale fosse la sede dell’Anticristo, la nuova Babilonia, che voleva sostituirsi a Dio stesso nel dominio del tempo, cancellando la datazione pasquale stabilita dal Concilio di Nicea e sottraendo dieci giorni alla durata del mondo, anticipando così il regno del Anticristo. La riforma del calendario è stato il segno più patente della dominante competenza degli scienziati cattolici. Ma era inserita in tutta una serie di misure decise dal Concilio di Trento per incrementare la formazione del clero – seminari maggiori creati dai vescovi, collegi dei gesuiti e di altre congregazioni e ordini, accademie scientifiche: Roma aveva moltiplicato le istituzioni di insegnamento e di ricerca, con un vigore educativo che voleva essere la risposta alle riforme universitarie dei protestanti (basta ricordare Melantone, «il precettore della Germania»). Numerosi religiosi erano impegnati nel campo della ricerca scientifica, scambiandosi dati sperimentali, osservazioni astronomiche, documenti vari, nel proficuo «commercio epistolare» della respublica litteraria.
All’inizio della Controriforma la Chiesa si è voluta dotare dei mezzi disciplinari ed educativi idonei per combattere e bloccare l’estensione del movimento riformatore. Questa politica si è rivelata feconda, e ha contributo a gran parte de la riconquista cattolica (soprattutto nella Germania meridionale e nell’Europa centrale). Dal canto loro, i pontefici romani si sono affermati come mecenati delle scienze e degli arti, ad un livello mai uguagliato.
Galileo stava tra i lumi di questa scienza cattolica, era stato festeggiato dai gesuiti romani e godeva dell’amicizia di tanti cardinali, tra i quali Maffeo Barberini (papa Urbano VIII dal 1623 al 1644).
Gli studiosi hanno ricostruito i motivi della sua condanna: sono di natura politica, diplomatica, disciplinare (il non avere obbedito alla cosiddetta «ingiunzione del 1616» di non pubblicare nulla sull’eliocentrismo), personale (aveva perso la fiducia del papa). La dimensione dottrinale del reato è scarsa, e i giudici non hanno insistito su questo aspetto.
Il «caso» non ha suscitato dibattiti teologici, si trattava per i contemporanei di un caso disciplinare. Tanto più che i decreti delle congregazioni romane non erano ricevuti nella maggior parte dell’Europa cattolica, dove i regni (Spagna, Francia, Sacro Impero) e tanti altri Stati (Venezia) erano molto gelosi della propria indipendenza dalle decisioni romane: Index non viget era la parola d’ordine della maggioranza dei Paesi cattolici. Eppure i danni dalla sentenza del 1633 sono stati cospicui: si è consumata la rottura tra la Chiesa e la visione moderna, scientifica, del mondo. Si è detto che la condanna di Fénelon, nel 1699, era stata «il tramonto dei mistici» (Louis Cognet), allo stesso modo, la condanna di Galileo è stata il tramonto della scienza cattolica. Le sequele del decreto si sono allargate ben al di là del semplice fatto di una messa all’Indice. La scienza moderna si è da allora in poi sviluppata spesso senza la Chiesa e spesso contro di lei. Il colpo tirato nel campo della cosmologia ha fatto tante vittime collaterali nella critica storica e filologica e nel campo dell’erudizione. Il modernismo del primo Novecento, la cui ombra ha coperto la storia intellettuale cattolica per mezzo secolo, mi pare una lontana eppure genuina sequela di questa condanna del 1632.
Èpalese che Galileo Galilei rimane un eroe scomodo per gli zelanti dello scientismo laicista; non era certo un metafisico e, nonostante le prove subite dalla sua Chiesa, è rimasto un buon cristiano. Arthur Koestler ha ricordato le debolezze del grand’uomo: non ha inventato il cannocchiale, né il microscopio, né il pendolo isocrono, ha sbagliato in diversi campi (le maree), non ha rilevato le macchie solari e non ha potuto provare il copernicanesimo. Eppure, è stato il padre della dinamica – e questo basterebbe perché sia considerato tra i padri della scienza nuova. La sua condanna ingiustificata ne ha fatto il martire del oscurantismo clericale e il simbolo dell’autonomia del pensiero scientifico. Le Chiese ortodosse sono rimaste a lungo anti-copernicane; i grandi riformatori protestanti si sono opposti all’eliocentrismo.
Purtroppo, il caso Galileo è rimasto come una macchia per la sola Chiesa cattolica e ha inquinato le relazioni tra la Chiesa e la scienza per due secoli. Invano la condanna è stata cancellata, la Chiesa si è voluta riconciliare con la scienza contemporanea (basta ricordare l’abate agostiniano Gregor Mendel o, nel secolo scorso, il canonico belga Georges Lemaître), «ha invitato i premi Nobel al Vaticano» (si ricorda il bel libro di Regis Ladous), ha incoraggiato le istituzioni scientifiche (la Specola vaticana, l’Accademia pontificia): ci vorranno parecchie generazioni, e gli sforzi meritevoli di tanti papi (tra quali Pio XI e Pio XII), per riconciliare pienamente la Chiesa e la scienza moderna e ricucire i loro legami, senza mai allontanare totalmente il sospetto di opportunismo (in parte verificato, negli ambienti romani, intorno alla figura di Teilhard de Chardin). Eppure, nonostante i danni, non si può dare del caso Galileo un giudizio del tutto negativo. Si può sostenere pure che questa condanna fatale è stata di fatto molto utile nella storia del pensiero dottrinale e dell’insegnamento magisteriale della Chiesa cattolica. La memoria della condanna e delle sue sequele ha lasciato una traccia segnata: un atteggiamento di grande cautela nei confronti di ogni giudizio sulle nuove teorie scientifiche. Si è avverata una chiara distinzione di ordine tra le verità rivelate e quelle inventate dall’ingegno umano. Può darsi che la causa sia il timore di sbagliarsi di nuovo, di non volere aprire un 'nuovo caso Galileo', o la convinzione dei piani diversi della scienza e della Rivelazione. I due libri, quello delle Scritture e quello della Natura (per proporre un’immagine familiare, dal Medioevo in poi, alla mente occidentale), richiedono un’ermeneutica diversa, con delle regole proprie; la loro lettura non si può mescolare.
L’evoluzionismo, avversato dalle Chiese fondamentaliste americane, non è stato condannato. Sempre attenti alle norme morali e al rispetto della dignità umana, i pontefici romani hanno accolto con interesse e benevolenza i progressi della genetica, delle neuroscienze, le grandi tesi della cosmologia. I nuovi dati scientifici sono insegnati nelle scuole cattoliche; da mezzo secolo, non c’è più un Indice, e Sigmund Freud non è stato anatematizzato...
L’apertura dell’Archivio del Sant’Uffizio, voluta dall’attuale pontefice, ha svelato un’amministrazione molto preoccupata della disciplina interna e cosciente della sua debolezza nel controllare la produzione intellettuale. Galileo era troppo noto agli ambienti romani (e curiali) e la sua 'disubbidienza' troppo patente per rimanere illeso.
Ma la Chiesa ha approfittato del caso: questa occasione fallita è stata una proficua lezione, che ha facilitato nel Novecento l’aggiornamento cattolico nei confronti dei nuovi orizzonti scientifici.
*Ordinario di Storia delle idee religiose e scientifiche nell’Europa moderna presso l’Ecole pratique des hautes études alla Sorbona, Parigi.
09 maggio 2009
Quella feroce crociata laica contro i credenti
Avendo ben chiara l’etimologia delle parole - pur sembrandomi assolutamente fuori luogo l’osservazione - li rassicuravo. Sono laica anch’io, non ho mai preso nessun voto di un qualche ordine religioso. Poi con il passare dei mesi ho capito che c’era una grande battaglia in corso, una battaglia feroce e senza esclusione di colpi.
Il mondo sembrava diviso esattamente in due. Da una parte appunto i laici, difensori del progresso e della civiltà, e dall’altra i credenti, oscurantisti, alfieri del regresso, sessuofobici e nemici della libertà dell’uomo. E naturalmente io, in quanto credente, agli occhi di tutte le persone che mi incontravano, rientravo nella seconda categoria. Non ero preparata a trovarmi sul banco dei retrogradi, degli ottusi e quindi a dover rispondere a domande di imbarazzante limitatezza. Come tutte le persone solitarie, sono abituata a fare delle riflessioni piuttosto profonde e articolate sulle cose e davanti alla marea di questi pregiudizi e luoghi comuni mi sento completamente spiazzata.
Che cosa vuol dire credere? Obbedire ciecamente a una persona? Osservare dei rituali rassicuranti? Vivere nella paura dello scandalo, del peccato? Ho una natura anarchica e ribelle e difficilmente avrei potuto adattarmi a una qualsiasi di queste opzioni. Non sono cresciuta in un ambiente cattolico e dunque non ho assorbito - per fortuna - i nefasti condizionamenti di una fede trasformata in usanza, nella ripetizione vuota di formulette dal sapore dolciastro. Sono inoltre voracemente curiosa. Le cose che non comprendo, le voglio capire, come voglio costantemente riuscire a superare i limiti e gli ostacoli. Non ho mai avuto una folgorazione sulla via Damasco come San Paolo né quella più moderna di André Frossard. Piuttosto ho sempre sentito in me il forte desiderio di ricercare un senso e altrettanto forte la voce della coscienza. Sono stati proprio questi due fattori a spingermi verso un cammino di conoscenza e di studio che dura tutt’ora.
La maggior parte dei miei amici non è credente, eppure non ho mai sentito la necessità di criticarli, di cambiare la loro visione del mondo o, tanto più, di giudicarli. La diversità di idee mi è sempre sembrata una delle ricchezze della vita e non un nemico da combattere. Mi colpisce molto, dunque, lo spirito di feroce crociata che pervade l’universo dei laici. Perché tanto livore, tanto impiego di energia, tanta intolleranza verso persone che hanno una diversa visione del mondo? Perché tanto impellente è il bisogno di convincere le persone credenti che hanno imboccato una via sbagliata? Forse perché da noi si leva una voce in difesa della vita e contro altre barbarie che, astutamente e subdolamente, si vogliono far passare come progressi per la libertà dell’uomo?
Non c’è forse dietro questa crociata delle certezze - perché queste persone, beate loro, vivono confortate da straordinarie certezze - la volontà di rimuovere la parte più profonda dell’uomo, la più oscura, quella che lo lega al mistero del male e alla finitezza e che ne fa una creatura perennemente alla ricerca di senso?
È proprio da questa ricerca che nascono le inquietudini, i dubbi e le domande. E le domande, inseguendosi l’un l’altra, a un certo punto si scontrano con qualcosa che non è più fonte di ragionamento, ma di meraviglia, perché, a un tratto, ci si rende conto che la realtà dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo sfugge alla percezione della nostra mente.
La consapevolezza del divino non nasce dunque dalla paura né dal conformismo, ma piuttosto dalla meraviglia, dal saper vivere con emozione e stupore la ricchezza - anche tragica - che la realtà di ogni giorno ci propone. Vivere con la fede non vuol dire chiudere delle porte perché si teme quel che c’è dietro, ma aprirle tutte perché non c’è niente dietro che ci possa far paura. Né la morte - questo grande mistero che tutti ci attanaglia - né la malattia, né l’imprevedibilità della vita.
L’accettazione del mistero ci permette di far scivolare in secondo piano quella cosa così noiosa e ingombrante che si chiama «io» e che ci ossessiona con le sue monotone cantilene dalla nascita alla tomba, questo tronfio nanerottolo che ci vuol far credere che la realtà sia solo quella che lui è in grado di proiettare sullo schermo della nostra mente, che sa domare e manipolare secondo i suoi desideri, e che nulla - al di fuori del suo raggio d’azione - possa esistere. Io penso in realtà che la vita non sia stare in una gabbia, seppur confortevole, e difendere con alti strilli il suo perimetro - come vuole quel nanerottolo - ma fuggire da tutte le gabbie, da tutto ciò che rimpicciolisce e umilia la misteriosa grandezza e dignità dell’uomo.
La fede nella mia vita non ha portato alcuna chiusura, alcuna paura. Anzi, quelle che c’erano, le ha spazzate via, spazzando via anche molte certezze. Per questo resto strabiliata davanti all’immagine spauracchio del credente che viene agitata in questa battaglia, diventata ormai guerra aperta. E questa guerra, alla fine, non è la guerra tra le ottuse truppe del Papa e i paladini del progresso autodeterminato, ma tra chi è in grado di ascoltare ancora la voce della propria coscienza - che sia credente, agnostico, buddista, ebreo o musulmano - e ha a cuore la delicata complessità dell’uomo e chi ascolta invece unicamente la rumorosa grancassa dei media.